Nariccia levò dagli astucci i pezzi principali e li recò nel suo studio, dove stava aspettando quell'altra persona ch'egli aveva detto.
Il caso aveva voluto che quello fosse appunto un gioielliere, il sig. X, il quale da canto suo, trovandosi in urgente bisogno di denaro, era venuto da Nariccia per un'operazione uguale a quella che ci aveva condotto il medichino, recando egli eziandio da sua parte per pegno alcuni gioielli del suo fondaco.
L'usuraio pose sotto gli occhi del gioielliere i diamanti che aveva recato, e domandogli bruscamente:
— Che cosa ne dite di questa roba?
Il sig. X fece un atto di meraviglia:
— Cospetto! Quei diamanti li riconosco; sono quelli della contessa di Staffarda.
— Ah sì?
— Di certo. Sono il suo gioielliere io, e non è guari ch'ella me li ha dati tutti a ripulire e riattare.
— Benone! Allora voi sapete appuntino quanti astucci ella ne abbia e di quanti pezzi consti tutto il corredo completo.
— Perfettamente.