— Ci ho poco merito. Ne ho udita la voce testè quando si è accostato alla porta di questa camera... E le sue intime relazioni con quella povera contessa, tutti le sanno.

— Non occorre, spero, che vi raccomandi il segreto.

— Figuratevi!

Nariccia tornò presso Gian-Luigi colle cinquanta mila lire in denaro sonante.

Abbiamo visto come l'usuraio faceva i suoi conti che quegli stupendi diamanti mai più gli si sarebbero potuti levar dalle unghie: da parte sua il medichino, uscendo di quella casa colle tasche piene d'oro, così la pensava seco stesso:

— Domenica sarà il giorno della gran crisi. La mi va bene, ed allora Candida non avrà più bisogno de' suoi diamanti pel ballo di Corte, e Nariccia avrò mezzo di fargli rendere quel tesoro e imporgli silenzio senz'altro per tema di peggio; o la mi va male, ed allora, allora affè un'oncia di piombo nella testa, e buona notte ai suonatori. S'aggiusti chi resta.

Recossi in casa di fretta per riporvi i denari; e là trovò Romualdo, il quale, dopo l'abboccamento con Massimo d'Azeglio, secondo le istruzioni avute da Mario, era venuto a cercare di lui e impazientemente stava aspettandolo.

Gian-Luigi lesse le poche parole scritte dall'emigrato romano, udì la narrazione dell'arresto avvenuto di quest'ultimo fatta da Romualdo, e in brevi detti promise si sarebbe adoperato a vantaggio dell'arrestato, ed avrebbe di sicuro ottenuto non fosse provata la sua identità.

Romualdo partissi; Quercia ripose i denari avuti da Nariccia in un cassettino segreto del suo stipo, trasse da quel luogo medesimo un involto di letterine profumate, la cui calligrafia rivelava la mano d'una donna, e con esse s'avviò alla casa della Leggiera.

La cortigiana era scesa allor'allora da letto ed avvolta in una magnifica veste di lana di Persia ovattata e foderata di seta color di rosa, stava sdraiata mollemente nella calda e voluttuosa atmosfera dello stanzino riposto, dove non accoglieva che gl'intimi amici.