— Un nome! Diss'ella. Il mio?... Che cosa vuoi tu fare del mio nome?

Gian-Luigi atteggiò le labbra ad un diabolico sogghigno.

— Non è il tuo: rispose. Hai tu un nome, povera creatura che appartieni al par di me alla schiera dei derelitti?... Il tuo è un nome d'accatto, simile a quello che si dà al cane od al cavallo dal padrone che l'ha comperato, e cui domani il capriccio d'un altro padrone può cambiare.... Io intendo un vero nome, reale, autorevole, cui la sciocchezza comune è usa di rispettare, con cui si possono coprire onte, vizi e magagne maggiori di quelli a cagion de' quali affettano i sedicenti onesti del mondo di avere a schifo la povera plebe.

— Qual nome? Domandò con sollecita curiosità la cortigiana.

— Quello della contessa di Staffarda.

La Leggera mandò un'esclamazione e stette lì mirando intentivamente nel volto Gian-Luigi. Questi trasse da un portafogli un quadrilatero oblungo di carta e mettendolo spiegato innanzi alla donna, soggiunse accennando col dito l'angolo a destra del foglio:

— Qui scriverai queste parole: Candida Langosco contessa di Staffarda, nata La Cappa.

Zoe appoggiò i due gomiti al tavolino che aveva dinanzi, e sostenendo alle mani il suo mento, disse con voce quasi sommessa e lentamente pronunziando:

— Questo pezzo di carta ha da servire per una cambiale?

— Per un pagherò che devo dare a Macobaro.