Allora tornò a ricordarsi della ricetta che gli aveva scritto il dottor Quercia.
— Bisognerà proprio che mi decida a prendere quella medicina..... Purchè non costi tanto caro!... Dorotea, soggiunse ad alta voce, venite qui meco che voglio mandarvi a fare una commissione.
— Eh! un momento: rispose brusco la vecchia serva: io non ho da mangiare? Mi si misura già tanto a spilluzzico questo gramo nutrimento; vorrebbe adesso addirittura che ne facessi senza?
Nariccia non rispose nulla; andò verso l'uscio e quando fu per uscire si rivolse indietro a dire con tono quasi raumiliato:
— Bene! Quando avrete mangiato, Dorotea, verrete di là da me... Ma guardate di non mangiar troppo di quelle radiche: le sono indigeste e vi potrebbero far male: e l'uovo lasciatelo per mio pranzo.
— Sì sì, lascierò stare il suo uovo; borbottò la serva dietro l'usuraio che usciva: mangerò pan nero asciutto asciutto, che il fistolo lo colga!
Nariccia era appena fuor della soglia della cucina, quando si sentì il suono del campanello dell'uscio che metteva sul pianerottolo.
— Un'altra seccatura: disse col suo tono burbero la vecchia fante gettando dispettosamente sulla tavola le liste di pan nero, tagliate dal padrone, e ch'essa erasi recata in mano per mangiarsele: non mi lascieranno mai tranquilla un momento questa mattina.
Ma l'avaro, voltandosi indietro a parlarle dal corridoio, disse col suo tono untuoso da impostore:
— Non vi disturbate pure Dorotea. Fate in pace il vostro asciolvere, e vado io stesso a veder chi è.