— Che? Esclamò Maurilio rassicurato e sentendosi rinfrancare di botto alla voce, alla presenza, alla stretta di mano, all'abbraccio dell'affettuoso amico. Sei tu, Giovanni? Arrestato anche tu!.... Oh! come mi fa piacere il trovarti.
— Birbone! Disse Giovanni ridendo. Ti fa piacere vedermi in gattabuia!
— Eh! no di certo. Voglio dire.....
— So bene quello che vuoi dire: interruppe col suo riso schietto ed aperto Giovanni Selva. Ma qui, tocca a me, che ci sono entrato alquanto prima, il far gli onori dell'appartamento. Se non ci vedi ancora abbastanza, dammi la mano e lasciati guidare.
Lo condusse al tavolato.
— Qui, continuò, è il sofà; egli è vero che questo è anche il letto, e può, anzi deve servire eziandio da tavola. Semplificazione veramente ammirevole!..... To', imita il mio esempio, e siedi sulla sponda di questo tavolo-sofà-letto. Che bel vocabolo!... Non temere di guastarne la spiumacciatura pei tuoi sonni della notte, sibarita che tu sei. La sofficità di questi materassi non ci può patire. Non è qui che potrà darti fastidio la foglia di rosa male ripiegata sotto la tua schiena, te lo assicuro io. È presumibile che avremo delle belle ore innanzi a noi da guardare quel «breve pertugio» lassù, che ci lascia venire tropp'aria, troppo freddo e per compenso troppo scarsa la luce; per fortuna abbiamo più sacca da vuotare a vicenda. Io ti dirò l'iliade del mio arresto, tu mi conterai l'eneide del tuo, e poi terminerai di espormi l'odissea delle avventure della tua vita. Oggi sono classico come il prof. Paravia e parlo come un'appendice di Romani. Possa quest'omaggio alla letteratura officiale rendermi benigni i Dei infernali di queste bolgie governative! Queste chiacchere non ci scalderanno, ma ci faranno passare il tempo. Siccome spero che non saremo condannati alla sorte del conte Ugolino, spero bene che finirà per venirci qualcheduno, da cui, mercè il sacrifizio dei pochi denari che ci hanno levato di tasca, potremo ottenere una coperta per non gelare come sorbetti e qualche mezzina di vino per non lasciare intorpidirsi, come già mi sento le mani, anche il cervello.
Il programma di Giovanni fu seguìto appuntino. Dopo che l'uno e l'altro ebbero narrato a vicenda come avesse avuto luogo il loro arresto, dopo discorso non senza gravi apprensioni dei pericoli che sovrastavano a loro, agli amici ed all'impresa, Maurilio, pregatone di nuovo dal compagno, riprese il racconto della sua vita, interrotto all'alba di quella stessa mattina, quando Selva aveva dovuto correre da Francesco Benda per accompagnarlo in qualità di padrino al duello col marchese Ettore di Baldissero.
— I giorni che passarono, poichè ebbi la fortuna di incontrarmi col signor Defasi; così incominciò a raccontare Maurilio, recatosi prima alquanto sopra sè come per evocare più nette innanzi alla mente le sue memorie: quei giorni furono i più lieti e tranquilli che io abbia passato ancora mai su questa terra. Quella buona e pietosa famiglia mi pose un vero affetto. I miei studi interessarono il capo di casa e i progressi del mio intelletto lo stupirono di molto. Ebbe di me stima assai più ch'io non meritassi, e quasi ammirazione. Volle che con lui e con i suoi, fossi non più nelle attinenze d'un inferiore, ma in quelle d'un uguale. Spinse al punto il suo affetto e l'estimazione per me che mi lasciò comprendere un giorno come non avrebbe disdegnato, me povero e senza famiglia, accogliere come figliuolo concedendomi la mano d'una delle sue ragazze.
— Ed ecco entrare finalmente in campo la molla o segreta o palese, ma universale, delle azioni umane: la donna! Così disse Giovanni. Tu mi hai detto già che una violenta passione era venuta a impadronirsi del tuo cuore e darci fuoco a quella provvista di poesia che vi giaceva latente; questa passione era ella appunto per la figliuola del tuo principale?
Maurilio scosse la testa con atto di negazione desolata.