Chiuse diffatti gli occhi, e sulle sue pallide labbra si disegnò un ineffabile sorriso, da potersi paragonare a quello del Joghi, indiano, che nelle sue mistiche contemplazioni vaneggia di giungere al proprio assorbimento in Brama.

E stette un poco, tacendo, in quella mossa prima di riprendere il suo dire.

— Era una bella giornata di primavera; così riprese Maurilio di poi; un lieto raggio di sole entrava nella bottega dei signor Defasi e faceva ballare allegramente traverso il suo splendore i minutissimi atomi della polvere. Il principale era seduto ad una sua piccola scrivania esaminando i libri delle ragioni; io, assorto in una meditazione indefinita e indefinibile, guardavo la danza di que' minuzzoli di materia che turbinavano, all'aria che filtrava dall'uscio, entro quello sprazzo di luce.

«Ad un punto una sfarzosa carrozza con due cavalli di prezzo si fermò innanzi alla bottega; un domestico in livrea disceso dal seggio del cocchiere ne venne ad aprire l'usciolo, e due donne uscite dalla carrozza si diressero verso il fondaco, di cui il domestico s'affrettò a spalancare l'uscio a vetri perchè potessero entrarci.

«Di quelle donne io vidi una soltanto. La sua testa mi apparve in mezzo allo splendore del sole, più splendida ancora nello sguardo angelico, nel sorriso divino. Sopra i suoi capelli color d'oro la luce faceva come un'aureola di fuoco; la sua bellezza verginale spiccava su quel fondo ardente come una sublime figura del Beato Angelico sull'oro della sua tavola. S'avanzò con graziosa mossa verso il banco ingombro di libri; il lieve rumore del suo passo, il fruscio delle sue vesti mi parve un'armonia. La guardavo con occhi sbarrati, immobile, fiso, rapito, non più presente a me stesso, non più sulla terra, non più conscio di nulla che quella celestiale bellezza non fosse. Palpitavo e tremavo; sentivo un ghiaccio corrermi nelle vene e una vampa di fuoco precipitarmisi nel cervello. Credo che se avessi visto precipitare in quel punto sul mio capo un colpo della falce della morte, non avrei manco potuto muovermi a schivarlo, così ero impietrito. Era una visione beata che avrei voluto durasse una eternità. Ella parlò. Che cosa dicesse non so, non capii, ma bevvi avidamente coll'anima quella voce soave. Il padrone s'era alzato dal suo posto ed era venuto riverente incontro alle due donne. Egli rispose alcun che. Vidi che quella divina figura sorrideva, udii ancora una volta la melodia di quella voce; poi l'apparizione scomparve, la carrozza ripartì e mi sembrò che quella bellezza allontanandosi, seco portasse lo splendor del sole, che miravo con sì gaio e intento sguardo poc'anzi.

«Allora essa trovavasi al primo sbocciare della sua giovinezza, quasi non uscita tuttavia dall'infanzia, eppure già donna per la imponenza dello sguardo, pel sentimento alto e profondo che si manifestava nelle sue sembianze, nel suo contegno, nel suo sorriso.

«Apprendere chi ella fosse lo desideravo colla più intensa vivacità del mio volere, ma domandarlo non avrei osato mai. Il signor Defasi mi soddisfece dicendo egli stesso, non richiesto, appena ella fu partita:

«— Che cara, bella e buona ragazza è questa mai! Essa è la contessina di Castelletto; e da qualche anno la è una delle migliori avventrici del mio fondaco. L'ho conosciuta che la era ancora una bambina, ed era già così affabile e graziosa come adesso, con una certa dignità fin d'allora, che era una meraviglia. Converrà mandarle subito questi libri che ha domandato.

«Io sorsi di scatto dal mio cantuccio.

«— Vado io stesso all'istante, signor Defasi: dissi vivamente parendomi un gran che il potere far subito alcuna cosa che lei in qualche modo riguardasse.