«— Sì... sì signora: ebbi pur finalmente la forza di balbettare con voce che mi era strozzata nella gola e con labbra che mi tremavano dall'emozione.
«Ella lasciò cadere su di me un suo sguardo benigno — su di me povero, oscuro, miseramente vestito, in così umile condizione sociale; — e disse con quell'accento la cui dolcezza al mondo nulla può eguagliare:
«— Vi ringrazio.
«Essa colla sua compagna salirono lo scalone: il domestico che era con loro prese dal portinaio l'involto e le seguì: io sentiva sempre nel mio orecchio l'eco di quella voce, il suono di quelle due parole.
«Approfittai della licenza datami dal principale e corsi ad accarezzare le mie fantasticaggini nella solitudine dei viali. Di botto una crudele vergogna m'assalse. In quali miserabili forme ero io comparso innanzi a lei! Quasi avessi uno specchio davanti agli occhi la mia bruttezza e la mia povertà mi risaltavano visibili e spiccate alla mente che a forza doveva paragonarle alla beltà ed alla ricchezza di quell'angelica creatura. Oh! s'ella avesse saputo che da quel meschinello disprezzato e disprezzevole osava innalzarsi sino a lei la temerità d'un amore! Pensai a Quasimodo il mostro creato da Victor Hugo nella Notre Dame de Paris, che ama supremamente la bellezza femminea incarnata nella grazia di Esmeralda. Ma in me c'era qualche cosa di più che non ci fosse in quell'embrione abortito d'uomo; ma il mio affetto era immensamente più nobile di quanto fosse la passione tra sensuale e canina di quell'essere mantenuto dall'organismo nella zona inferiore dell'animalità; ma in essa eziandio lo sguardo affermava che c'era qualche cosa di più della pura bellezza fisica. Se questa mia veste di carne troppo misera e disgraziata era indegna di rivolgere pure un desio a quella perfezione di forme, non erano in me l'anima e l'intelletto capaci di levarsi all'altezza e di parlare alla pari con quell'intelletto e con quell'anima? Superbamente mi dicevo che sì; un orgoglio immenso m'invadeva, e nella febbre di quell'agitazione pareva anche a me di aver nella volontà e nel pensiero una forza da sollevare il mondo, purchè trovassi il punto d'appoggio.
«Come fare per poter comparire agli occhi suoi in quel modo che indegno non mi facesse della nobiltà non del suo blasone, ma della sua natura? Questo pensiero si piantò fisso e potente nel mio cervello a regolare a suo capriccio tutti gli altri a lui subordinati. Ne immaginai mille di cose, tutte folli ed impossibili. Alla gloria fino allora non avevo pensato mai. Non mi era nata mai la speranza, nè il desiderio, nè manco l'idea che questa meschina personalità potesse innalzarsi al di sopra delle altre per essere ammirata dalla nullità comune. Allora, di colpo, vagheggiai la corona della gloria come un bene fra i più eccelsi; mi parve anche, nell'intensità febbrile del mio pensiero, un diritto della mia intelligenza. Oh! se avessi potuto recarle innanzi nella polvere calpesta da' suoi piedi una fronte cinta del diadema che dà la sovranità della mente riconosciuta e consecrata dalla fama! Ella avrebbe apprezzata questa grandezza; ella non avrebbe più guardato all'infelice viluppo, per accogliere quale sorella l'anima grande che si era manifestata, come quella Principessa che baciava amorosamente le labbra del deforme Alano Chartrain addormentato, per gli splendidi versi e pei sublimi concetti che uscivano da quelle labbra.
«La gloria! la gloria. La mi abbisognava, la volevo. Essa mi appariva più splendida nel guerriero e nel poeta. Sognai di diventar Napoleone; sognai di esser Dante. Un Napoleone italico che combattesse le battaglie della liberazione della patria, e poscia, acclamato da tutta una nazione redenta e fatta potente, venisse a prostrarsi innanzi a lei per dirle: «La mia grandezza è opera tua, la mia gloria sei tu; vieni a circondarti tu pure di questa infuocata aureola che illumina il mio capo al di sopra del comune livello dell'umanità.» Un Dante, rincalzato da tutto il tesoro della scienza moderna, che gettasse di nuovo nel crogiuolo della sua fantasia tutti gli elementi della vita, del pensiero e dell'affetto, per trarne fuori l'enciclopedia del secolo travagliato, in un altro splendido poema che comprendesse l'universo.
«Nemmeno pel pranzo non rientrai più in casa del signor Defasi. Mi ridussi nella mia cameretta, mi vi chiusi dentro e su quello scartafaccio su cui avevo cominciato a scrivere le emozioni dell'anima mia, le lotte e i conquisti della mia intelligenza, su quelle pagine scarabocchiai con mano febbrile i primi versi d'amore che erompessero dal mio cervello. Quell'immagine giovanile mi stava sempre dinanzi. Io le parlava come a persona viva che fosse presente e mi potesse ascoltare. Una folle illusione mi faceva quasi sperare che la intensità del mio desiderio e la forza delle mie preghiere varrebbero a comunicare, non ostante ogni distanza ed ogni separazione, all'anima di lei l'omaggio ed i tumulti dell'anima mia.
«Avrei voluto sapere di essa il nome di battesimo; quel nome con cui l'aveva chiamata sua madre, col quale avrebbe avuto diritto di chiamarla l'uomo a cui ella avesse dato l'amor suo. Conoscevo dell'idolo mio la luminosa esistenza, non la voce con cui invocarlo ed evocarlo, non la parola sotto cui volgerle la mia adorazione. Mi pareva che sapendo questo nome era un raccostarmi di più a lei, era quasi un intromettermi nel santuario della sua esistenza, era una maggiore rivelazione del Dio a me suo adoratore. Come fare per giungere a questo scopo? Per un altro sarebbe stata la cosa più semplice di questo mondo: interrogar qualcheduno; forse lo stesso Defasi avrebbe potuto soddisfare alla mia richiesta; ma io non avrei voluto a niun conto parlare di lei ad anima viva. E tu se' il primo a cui ne tengo parola. Mi pareva una profanazione; mi pareva che qualunque a cui mi rivolgessi avrebbe sentito nel mio accento, avrebbe letto nel mio volto il mio caro segreto cui con infinito pudore volevo a tutti nascosto.
«Una strana idea m'assalse. Mi ricordai ad un tratto di quell'aerea forma che fino dall'infanzia a lunghi intervalli era comparsa ai miei occhi, aveva parlato alla mia mente, confortatrice, consigliera, amorevole protettrice. Da lungo tempo ella non si era mostra più, ed io caduto, per conseguenza di alcune letture, in un nuovo scetticismo — e ti parlerò eziandio, se non l'hai discaro, di questi travagli dell'anima mia — io mi era sforzato a persuadermi che quelle apparizioni erano stati null'altro che fantasimi del mio cervello ed a ritenerle come illusioni morbose della mia immaginativa. L'amore che mi doveva ridonare la fede — la nuova fede su cui ora fonda il mio spirito l'edifizio delle sue convinzioni, dell'enciclopedia umana e delle conoscenze che è giunto e giungerà mai ad acquistare — la fede nel mondo superiore, senza cui manca all'essere uomo un elemento essenzialissimo pel suo proprio svolgimento e perfezionamento — l'amore che doveva ridonarmi questa fede, cominciò per farmi creder di nuovo alla realtà dell'esistenza e dell'intromissione nella mia vita di quello spirito incorporeo che mi era apparso in vaporose sembianze sotto forma di giovane donna.