«Stetti colà, di questo modo, non so quanto tempo. La mia mente intanto sognava. Quest'io che s'agita in me vestiva nuove forme e conquistava nuovi destini. Il materialismo che aveva confuso e identificato me spirito a questa miserabil carne che mi circonda, che disconoscendo l'essere intimo e superiore mi aveva fatto credere che intelligenza, volontà e pensiero non erano che risultamenti della materia organata; questo crudele, empio e sofistico filosofismo cedeva di botto le armi all'invasione d'un amore che nulla aveva di sensuale ed aleggiava purissimo nelle sfere della spiritualità. Senza più contrasto riconobbi possibile che quella parte essenziale di me a cui la potenza appartiene di volere e di pensare, fosse di altre forme vestita, più nobili, più acconcie e leggiadre. Sentii nel carcere delle disadatte membra incatenata l'anima: ed è quest'anima cui riconobbi non indegna di amare a quel modo quella tanta idealità incarnata in tanta bellezza.

«La nobile fanciulla rappresentava per me tutto quello che vi ha di superiore negli affetti e nella capacità intellettiva della natura umana. Fin da bambino l'anima mia, inconsciamente, aveva anelato a quel mondo superiore dell'idealismo, dove le deficienze della creazione inferiore nella grossolanità della materia non alterano, non avviliscono, non contraffanno l'archetipo dell'idea divina; il non aver mai potuto attingere colle mie aspirazioni pure un adombramento di quella suprema bellezza, i duri attriti della vita sociale in mezzo alle cui più grosse difficoltà il destino mi aveva balestrato, una scienza insufficiente, carpita, per così dire, a casaccio in mal digeste letture, mi avevano fatto disperare di giungere non fosse che alla soglia di quel mondo superiore, mi avevano fatto negare che quel mondo esistesse. Ad un tratto la luce di quella regione celeste mi raggiava di pieno negli occhi con quella verginale beltà. Io era forse indegno di arrivarlo; ma l'ideale esisteva e la perfezione di forme illuminata dall'idea in quell'essere di fanciulla n'era un'incarnazione sublime.

«Perchè la mia anima non aveva ella vestite delle sembianze che stessero a paro con quelle di lei? Era ella una condanna, od una mia colpa od un'ingiustizia? Era codesto un segno dell'inferiorità essenziale dello spirito mio? Ma se nella chiostra del mio pensiero sentivo una forza che abbracciava i mondi, e più audace che non avessi trovato in altrui, si elevava a battere alla porta dei misteri della creazione! E questo era un mistero terribile e impenetrabile eziandio; ma era: che due anime, forse pari e degne l'una dell'altra per loro intima natura, si potevano trovare quaggiù separate per la disparità delle forme, per la distanza delle condizioni sociali, a distribuire le quali cose è forse una legge eziandio, ma a noi cotanto ignota che la chiamiamo caso. Ora l'opera di questo caso o legge misteriosa potrebbe la volontà umana, collo sforzo portentoso del suo travaglio, distruggere, riparare, sconvolgere? In altri e più speciali termini, il povero trovatello, miserabile, brutto, disprezzato, reietto avrebbe potuto coll'intelligenza, colla virtù, colla grandezza dell'opera sua elevarsi sino alla superba fanciulla, bella, nobile e ricca, che a lui appariva nell'orizzonte della vita come all'umile pastore delle montagne la splendida luce della stella del mattino?

«Ecco il quesito che già mi poneva dinanzi inesorabilmente, come l'enimma della sfinge, la febbre della passione.

«Fino a quando sarei rimasto colà inchiodato a quei ciottoli della strada noi saprei dire; ma un avvenimento me ne venne a strappare. Quella medesima carrozza che la mattina era venuta alla porta del fondaco, uscì di sotto il portone del palazzo. Come un lampo mi passò davanti la visione di quella bellezza colla sua aureola di capelli d'oro. Non deliberai, non pensai, non seppi nemmeno quel che facessi; ma d'un balzo mi trovai seduto sulla predella di dietro della carrozza. Più volte mi avvenne poi di fare quel medesimo; ed ancora ieri sera di questa guisa l'accompagnai al ballo dell'Accademia. La carrozza si fermò alla porta del Teatro D'Angennes. Vidi lei discendere ed entrare colà dentro. Rimasi alcuni minuti perplesso. Non ero ancora entrato mai in nessun teatro: non osavo avventurarmi in quel luogo di cui non avevo la menoma idea; non sapevo come fare; ed una irresistibile forza mi traeva a seguitarla. Cedetti e di slancio m'introdussi nella stanza d'entrata come farebbe chi si gettasse in una voragine di fuoco. Il portinaio mi arrestò domandandomi il biglietto. Arrossito sino alla radice dei capelli, confuso, balbettante, mi feci spiegare che cosa fosse, come avessi da fare per procurarmelo, e mi affrettai a seguire le datemi indicazioni. Pagai ventiquattro soldi, che per me rappresentavano anche allora una somma di qualche rilievo, e seguii i passi di alcuni che entravano eziandio in quel momento.

«Era già tardi: lo spettacolo incominciato e la folla in platea tale che ai nuovi venuti non era possibile più lo entrarvi. Dal di là della soglia nel vestibolo, di sopra le spalle e le teste di coloro che mi erano davanti, vidi un ambiente pieno di luce con in mezzo un lampadario ad innumerevoli fiammelle. I suoni dell'orchestra e i canti degli artisti lo riempivano d'armonia, e le onde sonore di quella musica venivano a percuotermi travelate e ad intermittenze la testa.

«Dello spettacolo mi curavo poco; ma volevo vederla — lei!

«Udii due de' miei vicini che si dicevano: — qui non si può veder nulla. Andiamo su in paradiso, chè qualche cantuccio da allogarci ce lo troveremo.

«S'avviarono di fretta su per le scale, ed io li seguii.

«Quando fui al secondo pianerottolo uno di quei tanti usci che erano nei corridoi, l'uscio appunto che si trovava precisamente in faccia a chi finiva di salire quella branca di scala, si aprì. Ne venne fuori un giovane, il quale avendo ancora da dire qualche parola a quelli che eran dentro, tenne un istante, standovi sulla soglia, mezzo aperta la porta. Rimasi piantato là innanzi. Il mio sguardo penetrato là dentro aveva visto disegnarsi sul fondo luminoso del teatro il divino profilo di lei. Ella teneva il gomito appoggiato al parapetto e la testa un po' reclinata posando lievemente sulla mano la guancia; ascoltava più che attentamente con emozione la musica, e la sua mossa naturale, abbandonata, di cui ben vedevasi ella non esser conscia per nulla, era la più graziosa, la più avvenente, la più adorabile ch'esser possa mai.