«Ma ratto la visione fu tolta agli occhi miei. L'uscio s'era richiuso, il giovane era partito senza punto badare a me; io mi ritrovava più impacciato che prima di quel che dovessi fare. Essa era là, così vicino a me, separata soltanto da un uscio e da pochi passi. Ma codesto non mi bastava: gli era vederla ch'io voleva, di ciò avevo bisogno; l'ardente desiderio di contemplarla era insaziato in me e da non saziarsi. Salii di volo le scale che ancor rimanevano; giunsi nel loggione, e capii tosto che doveva esserci colà un punto da cui avrei potuto vederla. Corsi sollecito all'estremità verso il proscenio dalla parte opposta a quella dove avevo visto ch'essa si trovava; dall'ultima apertura d'onde non si può vedere sul palco scenico che da chi si trova in prima linea, ed ancora stentatamente, trovai modo di gettare uno sguardo nel sottoposto teatro. La vidi; e ciò mi bastò. Mi appoggiai colle spalle alla parete, e stetti senza più muovermi, senza più batter palpebra, cogli occhi fissi su quell'adorata visione.
«Come già ti dissi, non ero stato mai in nessun teatro; quel caldo, quell'afa, quel rumore mai non mi avevano avvolto; era un tutto nuovo ambiente per me in cui non sapevo ancora, direi quasi, respirare, e per cui opprimendomisi il petto mi veniva impacciata la circolazione del sangue e procurato di questo un ingombro al cervello. Continuavano per me le percezioni ad essere confuse, pressochè senza giusta misura, ora troppo vive, ora troppo smussate, or tarde, or lente, uno stranissimo complesso che non sapevo più se era vita o fantasmagorìa, se realtà o sogno.
«Musica teatrale e canto drammatico non avevo udito mai. Conoscevo solamente i canti di chiesa e il suon dell'organo che nella mia infanzia al villaggio m'intenerivano l'anima, senza pur ch'io ne sapessi e cercassi sapere il perchè. Di poi, dacchè ero a Torino avevo sentito scuotermisi le fibre e sussultare i nervi a qualche marcia concitata suonata dai corpi di musica della guarnigione. Non conoscevo con linguaggio di melodia che due sole espressioni, la religiosa e la guerresca: tutto il resto degli umani affetti e delle passioni del cuore che trova una voce così efficace nell'infinito degli accordi musicali, era ancora libro chiuso per me. Ero in condizioni tali da rendermi le prime impressioni che ne ricevevo, le più forti e profonde che mai: quelle prime impressioni che in cuor giovenile hanno pur sempre intensità ed efficacia cotanta. Al momento in cui ero giunto ad allogarmi in quel cantuccio del loggione, suonavano pel teatro due voci, una d'uomo e l'altra di donna, due voci soavi che s'accordavano insieme a meraviglia in una melodia piena di passione e d'incanto. Aveva incominciato la voce di tenore, poi quella di donna aveva risposto e per ultimo si assembravano insieme con islancio d'inesprimibile effetto. Cantavan d'amore; si davano un addio, separati quali dovevano essere dalla sorte; si scambiavano un pegno del mutuo affetto che li stringeva, e si giuravano eterna la fede.»
— Buono! Interruppe Giovanni: gli è la Lucia di Lammermoor che tu hai udito.
— Non so, rispose Maurilio, non avevo guardato i cartelloni, non li guardai nè anche di poi, non me ne venne pure il pensiero. Le parole non potevo capir bene, ma capivo a meraviglia la musica, e ne capivo ancora di più il significato e la bellezza, vedendone le emozioni dipingersi sulle sembianze di lei..... Quelle medesime emozioni che provavo io, nascosto nel mio cantuccio, compiutamente ignorato. Ella stava immobile, tutto tutto attenta alla scena, non prestando il menomo ascolto alle chiacchere che colla signora ond'era accompagnata facevano parecchi giovani civili e militari che si scambiavano e succedevano in quella loggia. Io ne vedeva di tre quarti il viso leggiadro, e il puro ovale delle sue guancie spiccava a meraviglia sul fondo rosso della tappezzeria; i suoi occhi di colore indefinito, ora verdi come il mare, ora azzurri come il cielo, ora scuri come una perla nera, limpidi sempre come la stella del mattino, i suoi occhi strani di cui non v'ha pari, di inesplicabile, ma sublime, ma inarrivabile bellezza.....
— Un momento: interruppe di nuovo Giovanni Selva. Sì, gli è vero che gli occhi di quella ragazza sono veramente straordinarii ed hanno una certa segreta malìa che non si può definire; ve ne hanno pochi in verità di tali occhi, ma per bacco non sono i soli, e un paio di simili ce l'hai tu stesso, Maurilio.
— Io? Esclamò il povero innamorato arrossendo sino alla fronte.
— Tu, in verità. Sicuro! Più ci penso e più ci trovo una gran rassomiglianza fra questi tuoi che lucicchiano qui in queste tenebre come quelli d'un gatto e gli occhi di quella nobile donzella. Ma continuiamo il tuo racconto. Che cosa facevano quegli occhi ammirabili ed ammirati?
— I suoi occhi si lumeggiavano così bene delle interne emozioni dell'anima che a me le rivelavano più chiaramente che non avrebbe potuto fare la parola. La tenerezza, la pietà, il nobile diletto delle generose commozioni apparivano nei raggi di quegli sguardi sicuri e modesti, non cercatori nè pur curanti dell'omaggio ammirativo d'altrui, e nella loro indifferenza della gente non disdegnosi nemmanco nè oltraggiosamente superbi. Si vedeva che in quell'anima risiedevano, come in loro proprio luogo, tutti i più degni affetti ed i più nobili sentimenti, i quali in quel punto, suscitati dalla malìa di quella musica, attestavano collo splendore dell'esterna bellezza la loro divina presenza. Oh! come sentii che era capace di sublimissimo amore quell'essere che m'accorsi palpitare com'io palpitava, a quelle onde di meravigliosa armonia! Oh come avvisai che felicissimo sarebbe l'uomo il quale potesse porre una mano su quel cuore e sentirlo battere per lui! A me il solo provare insieme con lei le emozioni di quei momenti, tornava un massimo diletto, pareva una ventura che alcun poco ci raccostasse. Quanti altri erano colà ad udire i medesimi suoni e partecipar quindi delle emozioni medesime! Eppure mi pareva che dalla massa comune noi due soli, ella ed io, ci separassimo per provare più veramente e più altamente quelle sensazioni che il genio del musico aveva voluto suscitare, e percepire più chiaro, più giusto, più completo l'ideale della sua creazione. Non ero geloso di tutti gli altri che dividevano meco la felicità di respirare nel medesimo ambiente di lei, di commuoversi delle medesime dolcezze; nessuno di certo sapeva innalzarsi alla altezza delle sensazioni di quell'angelica creatura; io superbamente mi dicevo che coll'ardore dell'amor mio ci arrivavo. Non ero geloso il meno del mondo di quegli eleganti che nel suo palchetto ciarlavano e ridevano con zazzere arricciate, con baffi incerati, con guanti bianchi alle mani e la lente nell'occhiaia, azzimati, ornati, studiati nell'acconciatura e nelle mosse, leggiadrissimi di bellezze da figurino, ameni fors'anco ed ingegnosi ed arguti nella conversazione e nel motteggio, ma senza un lampo nella fronte e negli occhi d'una superiorità qualsiasi dell'anima o dell'ingegno. Perchè esserne geloso? Ella se ne curava così poco!...
«Lo spettacolo dopo quel canto a due fu interrotto, e grandi applausi suonarono per tutto il teatro durante più d'un quarto d'ora. Capii di poi che un atto era finito. Quel fracasso, a cui non ero abituato, mi rintronava fieramente con dolorosa vivezza entro la testa. Mi serrai al petto le braccia e chiusi gli occhi come se isolandomi per la vista, potessi anche sceverarmi dal baccano di quella folla strepitante in quella gran sala, che si apriva come un vasto pozzo luminoso al di sotto di me, entro il quale mi pareva rimuggisse il demoniaco tumulto dell'inferno di Dante.