«Mi pareva così di rientrare alquanto in me stesso, e ne avevo immenso bisogno. Quel giorno era troppo ricco d'emozioni per l'anima mia. Due tremende rivelazioni mi si erano fatte: quella dell'amore e quella d'un nuovo mondo nell'arte. L'intelligenza vacillava abbracciata tenacemente dalla passione, e sentiva che da questa stretta, fatale come la lotta di Giacobbe coll'angelo, doveva uscirne o ringagliardita con più forti ali al volo, o spossata ed impotente. L'idea vedeva squarciarsi dinanzi un velo, e il suo sguardo penetrava nella zona senza limiti e misure del sentimento dalle forme indefinite, e capiva che scorrendo in quel campo od avrebbe attinto nuova grazia alle sue creazioni, o si sarebbe smarrita nelle incertezze di contorni sfumati d'una sentimentalità senza sostanza. E l'amore intanto mi stringeva come con una tanaglia il cuore, mentre mi cantava sotto il cranio la melodia di quell'ultimo accento d'addio dei due amanti.

«Le palpebre abbassate non mi precludevano così bene l'adito alle pupille della luce ond'era invaso il teatro, che nel campo scuro innanzi ai miei occhi non tardasse ad aprirsi come un cerchio rossigno, il quale allargandosi occupò tutto lo spazio indefinito della mia visione, e nel centro, frammezzo ad un'aureola più luminosa, mi apparve la figura di lei, quale avevo vista testè, quale non avevo che ad aprire gli occhi per vedere viva e reale.

«La contemplai meco stesso, come un'immagine stampata nella mia mente. Intorno alla seria e dolce sua fisionomia aleggiavano, per così dire, le note melodiose di quel canto d'amore onde l'anima mia s'era impregnata; i suoi sguardi lampeggiavano di una luce sovrumana e mi parevano fissi su me raggiandomi addosso un soave calore. Ebbi di botto il bisogno di vedere la realtà di quell'immagine. Aprii gli occhi. Aimè! Essa era volta verso l'interno della loggia e non mi presentava più che le ricche ed abbondanti treccie dei suoi capelli dorati raccolte in un voluminoso ammasso sopra della sua nuca.

«Ricominciarono i suoni ed i canti. Non ti dirò tutte le sensazioni che passarono nell'anima mia, perchè non la finirei più. Era un sogno, un mirabile succedersi di fantasie, di visioni impossibili, di chimere ineffabili. Non vivevo più della vita terrena; ero trasportato come in un'esistenza superiore, con altri sensi, con altre percezioni; ero nel delirio della pazzia o del genio: non mi riconoscevo più me stesso; non sentivo più di me che il mio amore in un turbine d'emozioni inesprimibili.

«Il dramma musicale seguitava la sua splendida evoluzione di melodie. Udii i gemiti della fanciulla innamorata cui sacrificavano all'interesse in un matrimonio abborrito, imponendole un tradimento alla sua fede; udii i canti di festa per le infaustissime nozze; udii la voce di dolor disperato e il grido di maledizione che mandò l'amante tradito, tornato giusto a tempo per assistere all'irrevocabil sanzione di quell'infame patto che gli toglieva l'amor suo per sempre. Rabbrividii, raccapricciai, riarsi. Vissi della vita immaginata di quell'infelice, sentii me stesso trasportato in quegli avvenimenti ed io parte principale; soffrii del dolore di quella musica che piangeva, che minacciava, che supplicava, che malediva. Il concerto sublime, affatto nuovo per me, di suoni e di voci in quel grandioso finale che svolgeva la sua imponente frase solenne, mi produsse un magico effetto. Parevami di sentirmi capace di qualunque maggior virtù, di qualunque eroismo, di qualunque sacrifizio. Per lei, innanzi a lei, avrei incontrato felice la morte del martire....

«Ella pure era trasportata e commossa.... Sì, certo; non era una folle superbia la mia, le nostre due anime si incontravano nei sentimenti medesimi.....

«Come passarono rapidi quei momenti i quali pur tuttavia furono occupati da tanta immensità di pensieri e di sensazioni!.. Ella, prima che lo spettacolo terminasse, si partì. Non potei più rimanere colà neppur io. Feci il possibile per affrettarmi a venir fuori da poterla ancora vedere prima che salisse nella carrozza; ma la troppa gente che era stipata nel loggione, e traverso cui dovetti aprirmi il passaggio, mi ritardò talmente che quando fui alla porta del teatro, la carrozza da cui ella era trasportata più non poteva non che raggiungersi, vedersi nell'oscurità della notte.

«Girai lungamente per le strade e le piazze di Torino, senza direzione, senza pensieri ben precisi nella testa, con tutto un caos di idee indiscernibili e di inesprimibili affetti. Batteva la più limpida luna che esser possa. Quei concenti musicali mi ronzavano dentro il capo, confusi l'uno coll'altro, vaghe reminiscenze che non potevo afferrare e far concrete. Pensavo a lei, pensavo al mio avvenire; poi ad un tratto mi ricordavo del villaggio e della mia infanzia, dei maltrattamenti della Margherita e delle soavi parole e della fisionomia amorevole di don Venanzio; di colpo tutto quel mulinìo di pensieri cessava e svaniva, e mi trovavo colla testa vuota, con una smemorataggine strana e che mi stupiva, con non altra sensazione più che una specie d'indolorimento nel cervello affaticato. I piedi mi si piantavano di per sè a quel punto dove mi trovavo; guardavo stupito o meglio stupidito intorno a me; fissavo la luna, le stelle, l'ombra scura delle case allungata nelle vie, il rossigno chiarore oscillante dei lampioni alle cantonate. Mi riscuotevo in sussulto ed un nuovo èmpito di pugnaci pensieri m'invadeva il cervello.

«Corsi a casa e mi rinchiusi nella mia povera soffitta, entro cui guardava con quella specie di suo calmo sorriso la sembianza di volto della luna. Aprii le invetrate, e la fronte esposta all'aria fresca della notte mi appoggiai coi gomiti al davanzale e stetti là continuando quella corsa matta del mio cervello fra le più strane immagini alla più impossibile chimera.

«La luna venne calando mano a mano, e poi sparì; mi rimanevano dinanzi le stelle tremolanti che mi parevano uno scintillìo di sguardi che mi osservassero dal fondo dall'infinito.