«— Che cosa siete voi, esseri misteriosi dello spazio interminato? Esclamai tendendo loro le braccia con aspirazione dissensata. Soli di mondi innumerevoli, vedete voi travagliarsi nelle vostre sfere l'intelligenza? lottare la vita? palpitare l'amore? Vivete voi? Soffrite voi? Amate voi?.... E perchè? A quale conclusione camminate voi o mondi nell'eterno avvolgimento delle orbite vostre?.... La spiegazione di tutto l'universo è il nulla, il risultamento di tutto il lavoro della immensa natura è una cieca necessità senza ragione che in un momento può distrursi da sè stessa e ripiombare la materia nella fusione primitiva, e noi intelligenze che possiamo apprendere al nostro passaggio un lembo, un adombramento della verità, dobbiamo disfarci e disperderci nel nulla, perchè questa verità intiera non sia mai da nessuna intelligenza, da consciente volontà abbracciata? Perchè avremmo adunque l'idea dell'infinito? Perchè allora quest'amore che mi pare coesista eterno nell'anima mia e debba accompagnarmi nell'eternità del futuro?.... Oh amore! Sei tu dunque l'ultima ragion delle cose?.... Sei tu il centro di attrazione dell'universo? Sei tu il Dio supremo dell'esistente?

«Un fiotto di fede e di poesia invase l'anima mia, su cui era passato l'amaro soffio della negazione. I versi e le immagini sobbollirono nel mio cervello. Mi slanciai al mio tavolino, accesi la mia lucernetta e con mano convulsa sotto l'impeto della pressante ispirazione, indirizzai a quella sublime bellezza che mi era apparsa nella vita, un secondo inno d'amore.

«La testa mi abbruciava, il cervello mi doleva come se la fronte fosse un cerchio di ferro che soverchiamente stringesse l'intelligenza; il mio cranio pareva un letto di Procuste all'espansione del mio spirito; il sangue mi si affoltava nei polsi con penosa violenza. Mi parve ad un punto che il mio collo era troppo debole a sostenere il mio capo invaso e saturo da un mondo d'idee; posai le braccia sul piano della tavola e sopra di esse reclinai la testa occupata da tanta tenzone. Non mi parve chiudessi gli occhi, ma pure innanzi alle mie pupille la fiammella della lucerna si affievolì, si scemò, si ridusse ad un punto impercettibile che pareva una di quelle stelle di menoma grandezza che mi apparivano poc'anzi nell'abisso de' cieli. Dalla finestra che avevo lasciata aperta, entrò un fresco alito di vento che corse ne' miei capelli come la carezza leggiera d'una mano amorosa, che mi temperò l'ardor della fronte sfiorandola come il soffio d'un bacio soave. Nella mia stanza non era tenebra, e non vi era tuttavia luce terrena. Un indescrivibile chiarore pallido, azzurrigno, mite come il riflesso d'una perla, era diffuso intorno a me quasi una nebbia leggiera; somigliava alla luce delle nebulose, cui travede nelle incalcolabili distanze dello spazio il telescopio dell'astronomo. Era un sopore il mio? No. Ero tolto al movimento della vita, alle impressioni più grossolane dei sensi corporei, ma perdurava in me la coscienza di me stesso. Vi ha una razza d'insetti, i cui figli, appena sbocciati vermiciattoli, hanno mestieri di cibarsi del corpo vivo d'un'altra specie di animaletti. I genitori di questi crudeli vermi, i genitori che muoiono tosto dopo allogate nel nido le uova che saranno i loro figli cui essi non vedranno mai; i genitori, dico, per ammirabile guida di quell'istinto che è uno dei più grandi misteri della natura, vanno alla caccia di quegli animaluncoli della cui carne i loro nati avranno bisogno di pascersi, e poichè occorre che questa carne sia viva tuttavia, presili, col loro pungiglione li feriscono in guisa che la vita permane in essi, ma ogni possibilità di movimento è loro tolta da poter difendersi dal morso dei neonati e nemmanco fuggirlo.

«Io era press'a poco in quella condizione. Vivevo e sentivo di vivere, ma nello stesso tempo era come dire sospeso il giuoco per cui la volontà trasmette i suoi cenni ai muscoli per via dei nervi, pareva fra la parte di me che determina e quella che obbedisce, sciolto momentaneamente il legame.

«Tra la luce della lucerna offuscatasi e me, parvemi veder sorgere come un fumo biancolastro, come un vapore, una forma diafana che s'atteggiò a sembianze di donna. Un'intima contentezza mi nacque nel cuore e si dilatò per tutto l'esser mio. Era la mia visione che da tanto tempo mi aveva abbandonato: era dessa che tornava a visitarmi. La medesima incertezza sfumata di sembianze, ma in essa pure il medesimo adombramento di quel soave ed amoroso sorriso. La salutai con un'aspirazione del cuore entro il mio corpo immobile come un cadavere. Ella mi rispose con un moto avvenente del capo, poi si chinò verso di me; udii intorno a me suonare come un lieve susurro; parevami fosse quel venticello della finestra che murmurasse entro i miei capelli. Ma questo susurro, ma questo mormorio parlava. Capii le seguenti parole:

«— Ella si chiama Virginia!

«Virginia! Questo nome si ripetè come da un'eco sotto la volta del mio cranio, penetrò come una dolcezza sino al mio cuore, si stampò nella mia memoria per non iscancellarsene mai più. Intorno ad esso mi parvero raggrupparsi tutte le armonie che avevo udite quella sera o che mi risuonavano ancora in tumulto entro la testa. Mi parve che in vero non altro nome poteva essere il suo fuor di codesto; che dovevo saperlo e che l'avevo dimenticato; che invocandola con questo dolcissimo nome verginale doveva al mio rispondere il suo pensiero.

— E questo, in realtà, è egli il nome di quella ragazza? Domandò Giovanni Selva.

— Lo è: rispose Maurilio. Il mio spirito benigno non mi ha mai ingannato.

— Senti: disse allora Giovanni con serio accento ponendo amorevolmente la destra sulle mani che Maurilio teneva intrecciate sulle sue ginocchia. Io non voglio contraddire per vaghezza di discussione le tue credenze a questo riguardo; ma in faccia ad avvenimenti che escono dalla cerchia comune dei fatti terreni, consentimi, ed anzi deve essere tuo desiderio eziandio, che tali avvenimenti si cimentino alla critica della ragione, e se si potrà trovare ad essi una spiegazione che non esca dai limiti della natura....