«La Chiesa diffatti, innanzi a questo che fu sempre il più gran quesito della filosofia, non ebbe mai una risposta trionfante, fuor quella dell'anatema e dell'inquisizione. Anzi, nel suo formarsi traverso lo scombuiamento delle prime età medievali, patteggiò, direi quasi, coll'obiezione, ed amalgamando le superstizioni popolari, alcune reliquie della parte più bassa del culto pagano, le filtrazioni di una diversa teogonia dall'Oriente, costituì al Satana del volgo una potenza per poco non pari a quella del Creatore, e consacrando coll'autorità religiosa le tradizioni e le leggende, fece passare nell'ortodossia l'idea eterodossa d'un semidualismo nel governo dell'Universo.
«La filosofia pagana non s'era volta di proposito a cotal ponderosa quistione. Appena se l'aveva toccata passando; e Platone medesimo, l'idealista, ed Aristotile avevano ammesso una specie di dualismo fra due Eterni: lo spirito regolatore e governatore, e la materia increata, ma da quello regolata e diretta. La società pagana tutta rivolta al bello artistico, in certe circostanze e forme di sua costituzione che escludevano gran parte di quel male fisico che assalse le plebi di poi nel rovinìo di quella civiltà, aveva dirette le sue speculazioni al bene, e non aveva mirato che sotto colori gai, poetici e ridenti i grandi soggetti che s'impongono alla nostra mente: Dio, l'uomo ed il creato. Ma all'infelice vivente nel medio evo, flagellato da mali d'ogni sorta e da miserie incomportabili, questi oggetti sono apparsi in tutt'altra guisa, traverso i suoi dolori e la sua disperazione. Il male lo stringeva da ogni parte e sotto ogni forma, oppressione delle anime ed oppressione dei corpi, servitù più dura che la schiavitù antica, perchè sopportata più impazientemente, mentre la nuova religione e il progresso dell'umanità avevano già fatto entrar nell'animo la coscienza dei diritti individuali e la lusinghiera idea dell'uguaglianza giuridica; violenze inaudite, guerre continue, pestilenze, carestie, tutti i flagelli riuniti.
«Come non credere alla potenza di questo male? Com'era egli venuto al mondo? Avrebb'egli avuto fine?
«Satana, il Dio del male, s'impianta e sovraneggia sempre più nel mondo, anche secondo la dottrina cattolica. Il dualismo, che è base alle cosmogonie asiatiche ed al gnosticismo alessandrino, si insinua nella metafisica, nella morale, per non dire nel dogma della nuova religione, aggiunta nociva all'opera divina del Nazareno. La Chiesa ammette il principio cattivo e lo riveste d'una esistenza reale, che s'impone alla fantasia sotto mille forme mostruose, che riempie di sua potenza la natura fisica con tutti i fenomeni inesplicati dalla scienza bambina, e la natura morale con tutti i giuochi delle passioni non disaminate dalla psicologia in fascie.
«Sulle concessioni fatte al sentimento comune dall'ortodossia cattolica esagera e travalica l'immaginativa popolare, la febbre dello sgomento, l'ebbra cecità dell'ignoranza. Sempre udendosi dai loro sacerdoti minacciare di questa misteriosa potenza, le masse ignoranti finirono per dirsi che ella potrebbe forse con un culto disarmarsi e rendersi loro propizia[9]. L'idea demoniaca favorita dalla Chiesa che credette trarne profitto per sè, si volse in molte parti contro la medesima e suscitò le follie morbose della stregoneria e passò all'eresia, aggiustando per le credenze dell'Occidente una parafrasi del Manicheismo orientale. Satana divenne creatore ancor egli; il mondo visibile è opera sua, cattiva al pari di lui; i monarchi della terra sono necessariamente suoi ministri; le potenze lo servono e la maggiore di tutte, la Chiesa Romana, è la più efficace produttrice del male. Era nata l'eresia degli Albigesi cui dovevano reprimere con tanta crudeltà i roghi dell'Inquisizione.
«Con l'amalgama confuso e soverchio delle letture ch'io aveva fatto, in mezzo alle mie meditazioni io mi travagliava inutilmente e penosamente a stringere il vero traverso il combattersi e l'urtarsi, il turbinare di mille diversi, opposti argomenti. La Chiesa cattolica non aveva saputo darne alcuna logica soluzione, ma il cristianesimo — che è cosa ben differente dalla Chiesa — ne aveva pur data una sublime. «Il male — dice in sostanza la vera religione di Cristo — è entrato nel mondo per fatto d'una volontà intelligente, creata libera di scegliere il bene; imperocchè Dio essendo la suprema libertà, ha fatto la creatura ad immagine sua, cioè libera nelle sue determinazioni, epperò risponsabile.»
«Il medio-evo non aveva potuto comprendere questa magnifica risposta, egli che non poteva farsi il menomo concetto della libertà, oppresso com'era e servo in tutto e per tutto, lo spirito ed il corpo. Non potevo allora nemmanco comprenderla io che mi credevo in balìa alla cieca forza della fatalità nemica d'ogni libero arbitrio. E poi mi rispondeva il sofisma: «Se Dio ha creato l'uomo, egli l'ha fatto con tutte le sue facoltà ed attributi, tale e quale. Tutto dunque nell'uomo proviene da Dio, non c'è nulla di possibile in lui che non vi sia per espresso volere di Colui che l'ha tratto dal nulla. Checchè faccia l'uomo, qualunque partito abbracci, egli non si può muovere che in un cerchio designato ed in condizioni già precedentemente stabilite; come dunque, se fa il male può dirsi ch'egli ne sia l'autore, e l'autore a dispetto di Dio?
«A conservarmi nelle opinioni spiritualiste, malgrado le letture cui già m'era avvenuto di fare, fino ad una certa età avevano giovato le apparizioni di quell'essere immateriale alla cui realtà avevo fermamente creduto; cessando queste apparizioni, il dubbio anche sulla verità delle medesime era entrato nell'animo mio. In quella mi cadde tra mano il Système de la nature del barone d'Holbach. L'apparenza scientifica di quel dettato, la logica sofistica delle sue deduzioni, il calore stesso di alcune sue pagine in cui vi par di sentire, traverso la convinzione personale, la voce della verità, mi produssero una grandissima impressione: a ciò si aggiunsero i trattati di Cabanis e di Destutt de Tracy, e persino uno di Broussais che divorai coll'ardore con cui una giovine donna dimentica il volo del tempo nella lettura d'un romanzo. Credetti posto in sodo dalla filosofia, la scienza del ragionamento, e dalla fisiologia, la scienza dell'osservazione, ambe d'accordo, che in noi, che nei fenomeni della vita, che nel mondo universo non v'era che materia, la quale, per necessità di leggi ad essa medesima inerenti, doveva atteggiarsi a quelle varie forme ed a quei varii fenomeni.
«Spogliai l'uomo dello spirito immortale. Non vidi più in esso coi miei autori, che un tutto di organi corporei e di funzioni proprie di questi organi; l'io, la personalità umana non fu più un essere, un ente da sè; non fu altro che un fatto, un prodotto dovuto a questa o quest'altra disposizione delle molecole materiali. L'intelligenza e la sensibilità non furono altro più che funzioni dell'apparecchio nervoso, come la trasformazione degli alimenti in chilo ed in sangue, è una funzione dell'apparecchio digestivo e di quello respiratorio. Il pensiero fu una secrezione del cervello, come la bile è una secrezione del fegato e l'orina delle reni. L'esistenza dell'anima non fu più che un'ipotesi, a cui nessuna osservazione non dà fondamento, cui nessun ragionamento rincalza, un'ipotesi gratuita, ed anzi un'idea priva di significato.
«Codeste opinioni mi angustiavano l'anima. Un profondo scoraggiamento, un'apatìa, un intimo sdegno delle cose e di me, un abbassamento nella forza del pensiero ed anco nella nobiltà dei sentimenti, n'erano l'effetto. In me, contro quell'errore del mio intelletto, protestava mutamente la coscienza: ma forse non avrei avuta la forza di scuotere quel dannoso e torpido giogo del sofisma, se l'amore non fosse venuto ad incitarmi l'anima, se nella crisi della suscitata passione non si fossero con più vigore rideste le facoltà del mio spirito.