«Collo studio dell'embriologia fu dimostrato che l'embrione umano passa per differenti fasi, in cui si possono vedere adombrate le fasi diverse corrispondenti per cui nei tempi anteriori ha dovuto passare l'umanità, prima di arrivare alla forma presente. I vertebrati superiori rivestono successivamente, come in abbozzo, i principali caratteri delle quattro grandi classi del loro tipo. In codesto molti videro un'immagine delle fasi cui nel corso delle età antichissime la medesima classe d'animali ha successivamente attraversate, progredendo nella scala degli esseri. Nel vedere la rassomiglianza che l'embrione umano offre successivamente cogli embrioni delle tre classi dei vertebrati inferiori a quella dei mammiferi; si è domandato se lo stato presente non sia un risultamento delle evoluzioni passate e quella una traccia delle evoluzioni medesime.

Or bene, queste che paiono — e forse sono — rivelazioni del passato di questa nostra forma materiale onde siamo rivestiti, dànno eziandio un adombramento del passato che dovette percorrere il nostro spirito prima di diventar degno di circondarsi della forma d'uomo e di costituire quest'essere che nel basso mondo terreno tiene il primato dell'intelligenza.»

— Capisco tutta la tua teoria: interruppe Giovanni. Lo spirito comincia la sua esistenza dai più infimi gradi della manifestazione della vita e traversa tutti questi gradi acquistando sempre nella coscienza e nella volontà, finchè giunge all'essere uomo, ultimo grado.....

— Su questa terra! Aggiunse impetuosamente Maurilio. Qui o in mondi pari a questo avrà più o meno esistenze secondo che più o meno saprà trar profitto della sua incarnazione umana; ma quando di tanto si sarà appurato da poter varcare a mondi superiori, allora prenderà il volo per gli spazi eterei ad arrivare più benedette e più luminose sfere, in cui ad esso maggiormente risplenda il sole della verità e dell'intelligenza. E tutto questo movimento del mondo spirituale frammischiato e serventesi e informatore del mondo materiale: quest'ascensione infinita ed eterna degli spiriti verso l'assoluto che non arriveranno mai, traverso gli spazii dell'infinito, in tutti i mondi che lo popolano, nell'eternità del tempo!... L'uomo ed ogni spirito in qualunque corpo racchiuso, in qualunque mondo vivente, è di questa guisa quale esso stesso si è fatto. Come la sua intima virtualità gli raduna intorno gli organi e le forme che corrispondono alle sue facoltà; così il suo destino, la sua condizione temporaria nelle varie vite gli sono assegnati, per una legge direi così di equilibrio che è la volontà e la giustizia di Dio, dalle condizioni e dallo stato della sua anima...

— E ciò vuol dire: interruppe di nuovo Giovanni: che chi soffre in questa vita gli è per iscontare il difetto di merito che non s'è procurato nelle vite anteriori?

— Vuol dir questo, ma non esclusivamente. Lo spirito fra una ed altra incarnazione riacquista più o meno chiara la coscienza delle esistenze del suo passato, e può abbracciare con uno sguardo più o meno apprensivo, più o meno intelligente, a seconda del grado di elevazione a cui è giunto, il complesso dell'opera sua. Gli è allora che giudica sè stesso, gli è allora che si conosce, che apprezza quanto s'è allontanato relativamente dal bene, gli è allora che quanto più la sua volontà si è predisposta al progresso verso il meglio si pente e si propone correggersi. La sua libera scelta allora può fargli accettare nuove esistenze incarnate in misere condizioni da dover soffrire e lottare, perchè le sofferenze affinano appunto l'anima, per dirla con Dante, ed ogni lotta vinta è un passo stampato innanzi nella via del perfezionamento. Sotto l'impero di questo dogma tutti — tutti senza eccezione — sono vocati, e tutti riusciranno eletti; ma successivamente. La vita eterna è per ciascheduno e per tutti una eterna e solidaria educazione. Il destino dell'uomo — che è il destino d'ogni spirito — non è più quello di andarsi ad annientare nel torpore d'una beatitudine eternamente immobile, ma di camminare senza posa nella strada dell'infinito alla ricerca ed alla pratica del meglio.

Qui Maurilio si tacque. Gli occhi splendevano sotto le sue sopracciglia sporgenti, come carboni accesi nelle tenebre d'una stanza la sera; dal pallore del suo fronte pareva raggiare una lieve aureola come pallido chiaror fosforico: la voce, l'accento, l'eloquenza delle parole, che qui troppo male si seppe tradurre nel freddo linguaggio scritto, avevano un calore, un'efficacia, una forza inesplicabile di persuasione onde tutto fu penetrato l'animo di Giovanni.

Questi, commosso, senza poterne dire chiaramente il perchè, strinse con forza la mano dell'amico e si tacque ancor esso; ed ambidue si guardarono un poco in silenzio, le pupille fisse nelle pupille, una corrente di elettricità scambiantesi con soave fremito dall'uno all'altro.

CAPITOLO XXIV.

Fu Maurilio che ruppe di nuovo il silenzio continuando nel suo racconto.