— Io era sempre rimasto in quella specie di torpore che ti ho detto. Nel mio intelletto pareva intanto farsi l'ordine e penetrare la luce; travedevo la ragione dell'esistenza e vi si acquetava l'ansiosa sollecitudine della mia curiosità; ma mi premeva il bisogno che mi venisse parlato di lei! Non ebbi da formolare il mio desiderio in linguaggio di parole; lo spirito me lo lesse entro il cervello.
«— Una legge del mondo morale, così mi disse, che può paragonarsi a quella dell'attrazione e della affinità nel mondo fisico-chimico, governa i rapporti delle anime fra di loro. Te questa misteriosa e potente legge, ordinatrice di altissimi effetti nell'universo spirituale, te attrae con tutta forza verso l'anima incarnata in quella beltà di sembianze. Ch'ella ti corrisponda forse non hai neppur da sperarlo: essa è uno splendido sole, tu un oscuro pianeta soltanto; ma quest'attrazione ti farà aggirarti nell'orbita della luce. Amala, ma santamente, respingendo con ogni maggior tua possa gl'impuri elementi che al nobile affetto vorrà congiungere pur troppo il materiale influsso della carne; amala come l'ideale dell'archetipo cui fa presentire al tuo spirito la favilla di poesia che lo riscalda; amala come la rappresentazione nel bello della forma umana di una maggior quantità di bene; e con siffatto amore il suo pensiero ti sia feconda ispirazione di forti meditamenti e di generosi propositi.
«La forma nebulosa del fantasima si fece allora più e più leggiera; poi svanì del tutto; la fiamma della lucerna mandò un chiarore rossigno più vivo e si spense; io rimasi nelle tenebre e in quel punto mi riscossi tendendo le braccia con ineffabile desiderio verso quella parte in cui era stato e donde era sparito lo spirito, come se lo potessi afferrare e trattenere tuttavia.
«La notte era inoltrata; dalla finestra aperta entrava un'aria fredda che tutto mi aveva intirizzito: mi alzai col capo che mi pesava, la mente quasi direi indolorita, le membra stanche, e mi recai barcollante a chiudere le invetrate. Le stelle scintillavano ancora nella medesima guisa sul fondo oscuro del cielo. Le guardai con pari intentività, ma con più amore ancora di prima. Sentivo me, la mia piccolezza, la mia nullità legata solidariamente a quell'infinita corrente di esistenza svolgentesi per l'infinito. Atomo intelligente e soffrente, mi sentivo abbracciato dalla fraternità universale degli spiriti che amano perchè vivono e comprendono; la vita essendo intelligenza ed amore.
«— Ora vi conosco, esclamai, meravigliosi vascelli che sotto l'impero della legge eterna portate l'esistenza e l'intelligenza traverso l'oceano dell'infinito. Su voi si travaglia e segue il suo destino la gran famiglia degli esseri. Non siete all'infuori di noi, nè astronomicamente, nè spiritualmente, ma con voi il nostro mondo, coi vostri spiriti i nostri siamo parte integrante del gran tutto nell'unità della creazione di Dio.
«Sentii un bisogno immenso di riposo, tanto pel corpo che parevami affranto da non so qual fatica, quanto per la mente che si trovava come dopo lo studio sforzato e la riflessione troppo prolungata di molte ore. Mi coricai e caddi tosto in un sonno profondo e contro ogni mia previsione, senza sogni di sorta. Quando mi svegliai alla mattina, il sole era già alto sull'orizzonte e picchiava allegramente entro i cristalli della finestra. La prima cosa che venne presente al mio pensiero fu la visione della veglia. Ogni incidente della medesima, ogni concetto manifestatomi avevo così chiaro impressi in mente che mi pareva come se me li leggessi stampati in un libro aperto dinanzi. Mi proposi dare ai miei studi, fino allora disordinati, un più preciso, nobile ed utile scopo. Volli con essi conquistare, non la gloria, ma la elevazione morale dell'esser mio..... Aimè! Tutte le risultanze di questi studi ho consegnate in uno scartafaccio che era, come dire, la riproduzione scritta delle vicende, dei travagli e dei progressi del mio intelletto e del mio cuore; e questo confidente, questa espansione del mio intimo me, cadde questa mattina nelle mani della Polizia, per essere profanato dagli sguardi vili di quella vil razza di gente..... Ma di codesto, del complesso di opinioni ch'io mi son venuto facendo intorno alle cose politiche e sociali dell'umanità presente, non ora mi sento disposto a parlare. Un giorno, se quelle infelici a me preziose carte torneranno in mio potere, io ti farò leggere in esse l'intiero animo mio; adesso lascia ch'io brevemente compia il racconto delle poche ma sfortunate vicende che mi hanno condotto a quell'accesso di disperazione in cui tu mi hai trovato e da cui mi hai salvo.
«L'amore mi dominava talmente che io quasi avevo perso del tutto l'impero di me stesso. Parco di parole sempre, ero diventato ora d'una profonda taciturnità senza eccezione. Riflessivo sempre, ora avevo la mente perduta in continua astrazione. Un pensiero solo mi occupava: quello di lei. Tutti gli altri erano un nonnulla che non meritavano la menoma attenzione. Ai doveri del mio ufficio badavo svogliatamente, con isforzo non sempre felice, avvicendato da soverchie dimenticanze. Ogni qual volta potessi, scappavo per andare ad aggirarmi sotto le finestre del palazzo di lei, per andarmi ad appostare là dove sapevo, dove presumevo, dove indovinavo ch'ella avrebbe dovuto passare. La miravo fugacemente, un fugace istante, trascorrere come un baleno innanzi ai miei occhi abbagliati, alla corsa dei suoi cavalli, e ne portavo per tutto il dì uno splendore raggiante nel cuore, come chi ha osato fissare il sole e ne va per un poco abbagliato con uno scintillìo di raggi nella retina. Quante altre volte la volli rivedere a teatro! I miei pochi risparmi che avevo potuto fare sul tenue stipendio, li spesi tutti a questo modo. Venuto l'inverno di poi gli era al teatro Regio che accorrevo per passare tutta una sera in contemplazione di quelle sembianze celesti. La somma di spasimi e di diletti, cari quasi del paro e gli uni e gli altri, ch'io provai, parola umana non saprebbe nemmanco adombrare... Nella state, quando ella era partita per la campagna, io era rimasto come privo della miglior parte dell'anima mia... Avevo finito per iscoprire dove fosse la sua villeggiatura; lontano delle miglia parecchie. Sortivo di notte a piedi, per arrivare il mattino in vista del bianco muro che cingeva il vasto giardino; mi arrampicavo sopra un albero per poter gettare uno sguardo sulle finestre del castello indorato dal sole dell'oriente, sulle verdi tratte d'erba, sui viali insabbiati che vi si aggiravano trammezzo per andarsi a nascondere nei meandri d'un folto boschetto; qualche volta avevo la cara fortuna di vederla lei, scorrere con vezzo infantile frammezzo ai fiori, oppure affacciarsi soltanto ad una finestra, quella della sua stanza, e salutare con un sorriso il sereno del cielo, la bellezza d'una giornata splendida come la sua giovinezza. Allora me ne tornavo in città con una provvista di benessere d'intima gioia che rinchiudevo con gelosa cura in me stesso, e che mi rendeva sempre più indifferente a tutto il resto del mondo esteriore.
«Il buon signor Defasi affliggevasi del cambiamento in me avvenuto. Parecchie volte prese ad interrogarmi, a volermi confortare, anco a rampognarmi, ma con affettuosa sollecitudine sempre. Io non risposi che con un impaziente silenzio, o con tronche parole più impazienti ancora. Al mio ufficio non bastavo più. I miei fatti e contegni prendevano il carattere d'ingratitudine verso colui che mi aveva largito i suoi soccorsi non solo, ma la sua fiducia ed il suo affetto. Me ne accorgevo, me ne rimproveravo aspramente meco stesso, ma non potevo far diverso.
«Un anno e più era passato. Si appressava la nuova state, ed ella erasi ripartita per la campagna. Ricominciarono le mie gite, da cui tornavo stanco, affaticato, quasi incapace di stare in piedi, e tardi troppo più che non bisognasse per gli affari del fondaco. Il mio principale aveva cessato di tentare la scoperta del mio segreto, ed anco di farmi delle ammonizioni o dei rimproveri. Mi guardava di quando in quando coll'aria di compassione che si ha per un malato del quale bisogna aspettare dal tempo soltanto la guarigione. Il suo generoso affetto per me non pareva svanito, allorchè ad un tratto le sue maniere cambiarono per l'affatto, ed io m'accorsi che in lui, come in tutta la sua famiglia, ai primi sentimenti a mio riguardo erano sottentrati la diffidenza ed il sospetto.
«Un giorno ch'io era stato alla mia solita gita rientrai più tardi ancora dell'usato in città. Quel dì recavo meco l'anima lieta, perchè avevo potuto lungamente veder lei, non visto, entro il suo giardino. Ma al mio ingresso nel fondaco vidi ad accogliermi nel signor Defasi e ne' figli suoi non solamente la diffidente e severa freddezza dei giorni innanzi, ma un aperto disprezzo ed una contenuta indignazione.