Mi sentii mancare ogni coraggio; una vergogna dei fatti miei tale mi assalse che non potei far altro che curvare il capo, mentre il rossore m'invadeva la faccia fino alla radice dei capelli, in aspetto propriamente di un colpevole senza difesa.

Defasi tacque un istante, come per lasciarmi di meglio in preda a quella confusione: poscia ripigliò a dire:

— Appena fui chiaro di codesto, la più volgare prudenza mi avrebbe consigliato a liberare di voi la mia casa...

Io l'interruppi con un'esclamazione che pareva un gemito.

— Lasciatemi dire: continuava egli. Ciò avrei dovuto fare tanto più che da molto tempo la vostra condotta non è quale io aveva diritto di aspettare in voi, non dico dalla vostra gratitudine, ma dal sentimento più volgare dell'assunto dovere. Confesso la mia debolezza. Non ebbi il coraggio di rimettervi sulla strada a cercarvi in altro modo i mezzi dell'esistenza. Pensai che la tentazione vi avrebbe potuto far ricadere, e che qui, dove con tanto amore e con tanta fiducia foste accolto, un riguardo almeno, un accenno di riconoscenza, vi avrebbe impedito di macchiarvi, più scelleratamente che altrove, di una nuova colpa. E per mio dolore vedo che mi sono ingannato.

A questo punto levai vivamente la testa.

— Ingannato! Esclamai. Oh come! Oh che vuol Ella dire?

— Eh! Ben lo dovete sapere. Mancano da ieri cinquecento lire nel cassetto del mio banco; e niun altro le può aver prese fuori di voi.

A quell'accusa ch'io era così lungi dall'aspettarmi, rimasi attonito di guisa che le mie sembianze non presero nemmanco l'aspetto dell'indignazione naturale all'innocenza calunniata.

— Io? Esclamai balbettando. Ella accusa me? È ciò possibile?