— Vorrei che non fosse: rispose ancora più severo il principale; ma non c'è altra spiegazione da potersi dare a quella mancanza che un furto, e non c'è altri qui da potersi sospettare con fondamento che voi.
Io mi sentii occupare tutto e di botto da un tale abbattimento, da una tale vergogna, che ogni vigore mi sfuggì così dall'animo, come dalla volontà, come dal sembiante. Tu non fosti mai in questo orribil caso di venire accusato d'una sì bassa colpa; e venirne accusato da colui che ha su di voi una legittima autorità, a cui siete legati per tanto debito di riconoscenza; ed avere nel proprio passato, in realtà innocente, le apparenze d'una colpabilità che rincalza anco nel presente l'accusa! Forse per alcuni il sentimento della propria innocenza può far in loro scattar con forza l'indignazione dall'animo e trovare accento e parole da mostrare il vero; per me non fu così. Mi parve scorgere una nuova persecuzione della fatalità che guidava gli avvenimenti della mia esistenza; mi invase la mente lo scoraggiante pensiero che ogni mia protesta, ogni mio fatto sarebbe stato inutile, che non avevo altro più che da curvar la testa.
Il signor Defasi mi guardava e pareva aspettare ch'io mi difendessi, ch'io pronunziassi non fosse che un motto il quale mi dimostrasse innocente. Conobbi che alcuna cosa mi toccava pur dire; non avevo la menoma idea nel cervello confuso; non la menoma parola che venisse alle labbra balbettanti.
— Sono innocente: non seppi altro che dire: glie lo giuro!
Il mio contegno dovette sembrare al buon signor Defasi una conferma anzi che altro della mia colpa. Volse in là il volto con evidente ripugnanza e disse asciuttamente:
— Abbreviamo questo discorso che per me è penosissimo. Io non voglio perdervi affatto. Forse anco in ciò fallisco al vero debito che mi toccherebbe come cittadino e parte di quell'associazione cui dovrei far guarentire dal pericolo che lascio in essa con voi di nuove colpe, ma non posso tanto dimenticare che voi avete mangiato il mio pane e posseduto il mio affetto poco meno che figliale, da abbandonarvi ai rigori della giustizia terrena. Vi abbandono al rimorso della vostra coscienza, la quale vi dirà come la vostra colpa sia di tanto peggiore e più condannevole quanto maggiore era nella famiglia che vi aveva accolto la fiducia, e in voi verso di essa l'obbligo della gratitudine. Uscite dal mio fondaco e di casa mia; non vi domando altro, non vi punisco in altro modo; e non comparite mai più innanzi ai miei occhi.
Volli di nuovo tentar di parlare, e di nuovo la lingua mi stette aderente al palato come assecchitasi e di nuovo un'idea non nacque nel mio cervello di ciò che avessi da dire. Impallidii vieppiù, mi parve che il fiato mi mancasse, girai intorno gli occhi come spauriti; non potevo credere alla realtà di quel che mi capitava; non sapevo che cosa avessi da farmi; rimanevo là interito, senza muovermi, senza parole, senza propositi. Il principale mi prese per un braccio e mi trasse verso la bottega, e da questa verso la porta d'uscita; mi lasciai condurre come un automa, e sul mio passaggio vidi che i figliuoli del signor Defasi e l'altro commesso volgevano in là il capo a sviare i loro sguardi da me, come da oggetto di disprezzo e disgusto. Non ne provavo nemmeno indignazione, ma un'afflizione profonda, un'amarezza incomportabile. Il padrone aprì l'uscio a vetri e mi spinse fuori nella strada, senza violenza, ma con mano ferma e robusta.
— Andate! mi disse laconicamente senza più: e l'uscio fu richiuso alle mie spalle.
Quando mi trovai così, scacciato, sul pavimento della strada, mi riscossi. Una folata di pensieri e di propositi confusamente mi si precipitò allora nel cervello; mi parve che avessi mille cose da dire e da fare; mi rivolsi verso il fondaco, e posi la mano sulla maniglia della serratura per riaprire ed entrare. Ma di dietro ai cristalli stava la onesta, severa figura del signor Defasi, del mio benefattore, che con mossa d'inesorabil fermezza, il braccio levato, il dito indice teso, m'intimava d'allontanarmi. Obbedii. Feci un bel tratto di strada senza pur sapere da che parte avessi diretto i miei passi. Ero come sbalordito e non avevo chiara e netta la coscienza delle condizioni in cui mi trovavo. In piazza San Carlo, mi ricordo che c'era un gran cerchio di persone intorno ad una quattrina di musici ambulanti che cantavano una canzone popolare coll'aria più allegra che si possa dir mai. Ristetti ancor io ad ascoltare, come se nulla avessi in mente da occupare il mio pensiero. Ma a breve andare la volgare allegria di quella musica sembrò offendermi la suscettività nervosa; mi destò un'irritazione pungente che era quasi un dolore di fibre; ad un tratto chiaro mi comparì innanzi lo stato in cui ero ridotto. Ero di nuovo solo — più solo che mai — sulla terra. Quel soave legame d'affetto che la fortuna mi aveva concesso di stringere coll'umana razza, colla società, per mezzo di quell'amorevole famiglia che sì generosamente mi aveva accolto, quel legame era spezzato bruscamente, dolorosamente e per sempre! Non avevo più nessuno sulla terra che mi volesse un po' di bene: da que' pochi che me ne avevan voluto testè ero disprezzato e maledetto. Oh come ripiombino crudeli, desolanti sull'animo siffatti pensieri, tu non sai, tu non puoi immaginare, può sapere soltanto chi fu nella trista condizione di provarli. Un impeto di cordoglio disperato subitamente mi assalse; provai uno spasimo che mi serrava la gola e stava per iscoppiare in singhiozzo; sentii le lagrime che stavano per prorompere in pianto dirotto dagli occhi; fuggii per non essere visto in quella esplosione di dolore.
Solo, solo al mondo, odiato, disprezzato e maledetto! Ecco adunque a che cosa avrebbe fatto capo soltanto ogni atto della mia vita! Era la sentenza irrevocabile del mio destino che coll'infelicità della nascita aveva pregiudicata e predisposta tutta la mia vita. Le inique parole di Graffigna mi tornarono presenti, e con una maggiore e più barbara efficacia che mai. Inutile il lottare, inutile il volersi sottrarre alla propria sorte: respinto dagli uomini, in sospetto e in odio alla società, avrei dovuto ad ogni modo gettarmi fra i ribelli alla medesima. La mia innocenza a che cosa mi aveva servito? Già due volte le più scellerate accuse mi avevano raggiunto. Ero predestinato a quello che gli uomini chiamano colpa. Nel mio cervello si era fatta come una tenebra in cui si aggiravano tumultuariamente le più fosche immagini. Mi domandavo se virtù ed innocenza non erano frasi d'inganno trovate da' furbi per irretire i credenzoni. Che cosa mi serviva essere onesto? Avevo il disprezzo e il danno della colpa, senza averne avuto i guadagni che ad essa sollecitano. Ora che cosa sarebbe avvenuto di me nel mondo? Ricordavo che tutti i miei risparmi avevo consumati; dove avrei trovato un guadagno, dove un pane da sostentarmi? Nelle mie veglie avevo meditato sui problemi più ardui della società umana; avevo posto alla tortura il cervello per abbozzarne delle soluzioni che la scienza accumulata di secoli, l'osservazione, il buon senso, la possibilità attuale delle cose non condannassero. Che cosa mi serviva tutto codesto? Non avrebbe ritardato d'un giorno ch'io morissi di fame. Nel mio intelletto offuscato, tutta la potenza consolante delle teorie a cui avevo dato la mia fede, non aveva più azione di sorta. La nebbia della passione mi velava ogni luce dello spirito. Bestemmiai coll'angoscia della disperazione. Il mal fisico di quella infermità che già mi aveva condotto presso a morte quando ebbi a sopportare l'ignominia del carcere, che mi assalì eziandio allorchè tu mi avesti salvo dalla pazzia del suicidio; infermità di cui le sofferenze della vita svilupparono il germe posto dalla natura nel mio organismo, e la quale anche ora cova e progredisce latente in questo miserabile mio corpo; quel mal fisico che già preparava il suo scoppio nei travagli della passione, nelle fatiche d'un lavoro mentale esagerato e d'un'agitazione di nervi senza riposo, conferiva col febbrile dissesto della circolazione dei sangui a turbarmi le funzioni intellettive eziandio. Non discernevo più le cose del mondo esteriore che traverso l'esaltazione morale d'un immenso dolore e le sensazioni contrafatte dalla febbre delle vene, dallo spasimo dei nervi, dal fremito morboso di tutte le fibre.