Ma nel mio accesso angoscioso, venne di colpo a presentarsi benefica e soave l'immagine di lei. Fu come il sollievo d'un fresco alito sopra una fronte ardente; fu come un balsamo sopra una piaga inasprita. Allora quasi mi rallegrai di non aver più catena nessuna di doveri e di lavori da compiere. Potevo esser tutto all'amor mio: i pensieri come gli atti, la fantasia come il tempo. Tutto, tutto potevo consecrare esclusivamente a quel fatto dominante, supremo nella mia vita.....
Un crudele problema, però, mi teneva afferrato fra le sue morse inesorabili: quello di procurarmi il pane. Presentare la mia fronte ad alcuno per domandare occupazione non osavo più. Mi avrebbero chiesto del mio passato, e come dir loro perchè avevo dovuto dare addio alla bottega del signor Defasi? Un mezzo di guadagno qualsiasi io non lo sapeva scorgere: per quegli umili uffizii faticosi, da cui trae il più spesso il sostentamento la plebe, e pei quali non occorre ispirar fiducia nessuna a chi ve li commette, a me mancavano le forze fisiche. Mi pareva di portare un mondo di pensieri nella testa, e le mie mani non erano capaci di nessuna opera meccanica. Incominciai per vendere i pochi oggetti che mi appartenevano, i mobili, il vestiario, poi anco, — e fu penosissimo sacrifizio — i libri che possedevo, quei soli eccettuatine che recai meco nella vostra dimora, quando tu Giovanni m'accogliesti.
Fu allora ch'io, fatto uno sforzo violento alla mia peritanza, osai presentarmi a casa vostra domandando lavoro: avevo udito di te e di Romualdo come cultori delle lettere e giovani scrittori che si preparavano ad esprimere della loro generazione la voce e il pensiero coll'opera della penna: e pensai che avrei potuto associarmi a voi come copiatore, compilatore, e quando mi avreste di meglio conosciuto, come pensatore fors'anco. Mi presentai tremante, osando per sola raccomandazione allegare la mia miseria...»
— E noi, interruppe Giovanni con una specie di rabbia contro sè stesso, noi ti abbiamo disconosciuto al punto da mandarti a spasso, come facevamo d'ordinario e facciamo tuttavia ai tanti che vengono a cercare se la letteratura non sia un ospizio di carità pei fannulloni, e se noi non siamo per caso i custodi da aprirne loro la porta.
— Voi avevate ragione: soggiunse Maurilio. Che cosa infatti v'era in me che mi distinguesse da quei buoni da nulla?... Avevo tentato quella prova quasi per ultima, spintovi dalla disperazione. Era da due giorni che uno scarso cibo non mi riparava più dai tormenti della fame — dalla vera fame. Avevo venduto tutto quello che potevo vendere.... Avevo perfino pensato, in un momento di maggiore angoscia del mio ventricolo, vendere il rosario, unica eredità dei miei sconosciuti parenti.... ma non avevo tardato a respingere con orrore questa tentazione che non doveva riassalirmi mai più. Il padrone della soffitta cui abitavo, accortosi della condizione in cui ero caduto, vistomi denudato di tutto, mi fece sapere che fra pochi giorni, finito il mese, avessi a cercarmi altro quartiere. La malattia di cui quelle privazioni e quegli spasimi favorivano lo sviluppo, cominciava a turbarmi profondamente tutte le funzioni vitali e quelle del cervello specialmente. Non avevo più nè delle cose fisiche, nè delle morali un'esatta percezione. Mi dissi: «la natura e la Provvidenza ti hanno condannato a morire senza manco nessuno. Perchè non ti affretteresti tu a porre in atto questa condanna?» L'idea sempre maniaca, a mio senno, del suicidio, cominciò a piantarsi e dilatarsi nella mia mente. Il giorno in cui dovrò abbandonare questo tetto, determinai, e non avrò più riparo nessuno al mio capo sventurato, cercherò asilo al corpo entro la tomba, nuove venture all'anima nel mondo degli spiriti!
«Quel giorno venne. La mia ragione vacillava sempre più, mentre la fame mi rodeva con asprissimo dente le viscere. Provavo di quando in quando delle soffocazioni onde mi pareva dover rimanere strozzato; tratto tratto erano folate di sangue che mi si precipitavano alla testa e mi davano il capogiro. Ero calmo, ma tutto soffriva in me, senza che pure avessi saputo dire con precisione dove avessi male e qual fosse. Presi meco quei pochi oggetti di mia spettanza che mi rimanevano ancora: sul cuore le reliquie trovatemi nelle fascie, sotto il braccio i libri e il quaderno delle confidenze dell'anima mia. Mi trovai sul selciato della strada colla voglia di arrestare tutti quelli che passavano, per dir loro: «Questo è l'ultimo giorno della mia vita, pregate per me.» In fondo ella confusione penosa delle mie idee c'era pur tuttavia sempre il pensiero di lei!
— Vederla ancora: mi dissi; vederla e poi morire.
Mi avviai alla volta della sua villa. Come vi potessi giungere non so. Del cammino che ho fatto non mi ricordo più di nulla, eccetto che un incessante ritmo di versi e di rime mi martellava nella testa, ed io tratto tratto ero costretto a fermarmi e ripetere ad alta voce quei versi spropositati, agli alberi, ai sassi, al rigagnolo della strada.
Giunsi finalmente, chi sa dopo quante ore, ch'io l'idea del tempo non l'avevo più, in vista del muro che cingeva il giardino di lei stendendosi in una bianca lista nel verde della campagna. A quella veduta un po' di ragione rientrò in me. Dentro il cranio mi parve sentir risuonare come un'eco la dolce melodia di quel duetto amoroso che avevo udito, lei presente, a teatro la sera di quel primo giorno in cui m'era avvenuto di vederla. Mi trovai dinanzi una porticina del muro, di cui il battente dell'uscio era socchiuso. Ebbi la temerità di sospingerlo e di entrare.
Quella porticina metteva in quella parte del giardino che era coltivata a frutta: alberi carichi di ciliegie parevano tendere alla mano avida del passeggiero le loro ciocche di frutta rosse come le labbra d'un bambino; arbusti tenuti a spalliera mostravano tra il verde delle foglie l'incarnatino di stupende albicocche. In quel momento, più d'ogni altra cosa potè in me l'impulso fisico, bestiale della fame. Senza che intravvenisse atto nessuno di ragionamento, determinazione veruna di volontà, io mi gettai coll'avido furore dell'affamato sopra quelle frutta e le abbrancai con mano agitata da fremito spasmodico; ma avevo appena morso in una delle colte albicocche, che un pugno robusto e violento mi afferrava al bavero del vestito e mi scuoteva con forza, mentre una voce aspra ed incollerita mi gridava alle orecchie: