All'allusione che fece Marcaccio delle attinenze che passavano fra il medichino e la Maddalena, nelle pallottole vitree degli occhi di Meo, si sarebbe potuto scorgere qualche cosa come un lampo di sdegno.
— Io ci scommetto, continuava Marcaccio, che quella smorfiosa è laggiù in cucina a scaldarsi, o costà in questa stanza e non la si vuole scomodare per sì poca cosa come siam noi. Valla a chiamare, Meo, giuraddio! e che la venga, o ch'io faccio un chiasso dell'inferno.
E per mostrare la verità di codesta sua intenzione, scaraventò un pugno sulla tavola che la fece trabalzare, e in quello stanzone lungo e basso, suonò come un colpo d'arma da fuoco.
L'uscio a vetri della stanza vicina si aprì vivamente, e comparvero il naso madornale, la berretta unta e la faccia cadaverica di mastro Pelone.
— Che cos'è? Domandò questi colla sua voce cavernosa. Ah! siete voi Marcaccio? Perchè tanto fracasso? Qual tafano vi punge?
— Il diavolo che vi porti anche voi, vecchio catarro!... Voglio essere servito dalla Maddalena.
L'oste fece colla squarciatura che gli serviva di bocca una smorfia che nel suo repertorio significava un amichevole sorriso, ed accostandosi con quel suo passo senza rumore al desco dove sedevano i due amici, rispose:
— La Maddalena non può proprio venire; la è occupata altrove, in parola d'onore...
— Dove? Domandò Marcaccio con tono d'incredulità e di minaccia.
Pelone puntò alla tavola una e poi l'altra delle sue mani da scheletro lunghe mezzo metro e curvò la sua lunga persona verso l'interrogatore, come per fargli una confidenza. Meo che non s'era ancora mosso di lì, allungò il collo e tese le orecchie per udire anche lui; ma il padrone se ne accorse.