Macobaro sgusciò nel camerino, Marcaccio tornò alla tavola a cui seduto Andrea continuava a tenersi stretta colle mani la testa.
— Ebbene, disse Marcaccio ad Andrea sedutogli presso di nuovo, a che cosa pensi?
— Penso che se potessi diventar ricco onestamente, sì che lo farei volentieri.
— Sei un ragazzo. Quando si è ricchi che sì che ci fa il modo con cui si è diventato tale!... E poi che cos'è la ricchezza guadagnata onestamente? Sai tu dirmelo?
— Per Dio! È la ricchezza che si acquista col proprio lavoro.
— Baje! Nariccia facendo lo strozzino ha pur lavorato; chi può dire quella di lui una ricchezza onesta? Lavora anche colui che avventura la vita e la libertà per iscassinare una porta e giunger là dove c'è quel denaro che egli non può procurarsi, che a lui non danno ereditate fortune. E il giuoco? È esso un lavoro? No, eppure se uno guadagna un quaterno al lotto o si fa ricco mercè vincite alle carte, non ci si ha da ridire.
Prese nelle sue tasche una manciata di monete e la pose sulla tavola.
— To': qui in mezzo a noi due io metto un mucchio di questi rotondini che dànno a chi li possiede ogni ben di Dio: tu ne metti altrettanto: e diciamo fra noi che prenderà il mucchio intiero quello che sarà favorito dalla fortuna delle carte. Tu vinci; intaschi tutto, raddoppii il tuo denaro, e se alcuno viene a dirti che quel denaro non è tuo onestamente, tu gli dài il togliti di lì con un manrovescio che gli fa veder le stelle; ed hai tutte le ragioni del mondo.
Andrea guardava con occhio che cominciava ad essere cupido le monete che il suo compagno aveva poste sul desco e che si compiaceva di maneggiare e di far suonare.
— Il giuoco: diceva egli frattanto con voce ed aspetto sempre più da ebbro. Ah! il giuoco è un traditore anche lui. Vi lusinga, v'invita, vi adesca... e poi ad un tratto, patatrach, vi atterra colle tasche asciutte.