— Eh via! Tu lo calunnii. Uno dei giuocatori bisogna pur sempre che guadagni... Perchè non avresti ad esser tu quel desso?
— Io no. Conviene essere fortunati; ed io non ho fortuna di sorta. Ho la disgrazia che mi perseguita, come se fossi figliuolo della versiera.
— Codeste sono bambinate, son pregiudizi che bisogna lasciare alle femminelle. Un uomo come sei tu, corpo del diavolo non dovrebbe manco dirle tali cose... Dà retta. Giusto per passare un po' di tempo... E dove si avrebbe da andare? Nevica, fa freddo, e battere il selciato delle strade è un misero divertimento...
— Dovrei andare a casa: mormorò sommessamente il disgraziato.
— A casa? Rimbeccò il birbo compagno. Se non ne sei venuto via che adesso! Vuoi piantarti colà, sempre cucito alle sottane di tua moglie? Qui stiamo al caldo e senza seccature. Ci facciamo portare ancora una pinta da mastro Pelone... — Ehi? Avete udito compare? Un'altra pinta di questo.
— Subito: disse Pelone alzandosi e movendo colla sua solita andatura verso il banco, dove erano schierate parecchie bottiglie della misura domandata.
— E ci date anche le carte: soggiunse Marcaccio.
— Va bene: rispose l'oste.
— No, no: disse Andrea, ma con una riluttanza debole e rimessa: non voglio giuocare.
— Lascia un po'. Giuocheremo una cosa da nulla, tanto per passare il tempo... Tu oggi mi hai tutta l'aria di essere in vena di guadagno.