La fante prese una lucernetta sucida di ottone, invasa dal verderame e, venuta presso il fornelletto l'accese mercè uno zolfino: i deboli raggi giallognoli di quella poca luce si diffusero oscillando per la tenebrìa di quello stanzone; gli occhi di Gian-Luigi corsero a mirare così rischiarati i lineamenti di Ester, la quale stava immobile, piantata, a quel luogo dove l'aveva spinta la mano di lui, allontanandola da sè. La emozione di quel momento aveva arrossite le guancie della giovane così che non ci si vedevan più quelle traccie dei patimenti a cui da alcun tempo andava soggetta, le quali quella stessa mattina ci aveva notate suo padre.

— Eh via, pensò Gian-Luigi: è stato un sotterfugio di questa furbacchiotta per farmi venire.

E si riavvicinò con un sorriso malizioso alla giovane che rimaneva ancora immobile a quel luogo.

— Ester, diss'egli, tu hai voluto vedermi ad ogni costo, non è vero? Ma come diavolo ti è saltato in mente di usare un mezzo qual fu quello del bigliettino che mi hai scritto?

La giovane lo guardò stupita, senza comprendere.

— Tu mi hai fatto bestemmiar la sorte e maledire il Cielo, poichè più disgraziato avvenimento non poteva capitarci di quello che mi annunziavi....

Ester cominciò allora a capire il sorriso e il tono di leggerezza dell'amante.

— Che? esclamò essa con isdegnosa vivacità nell'accento e nella mossa, avanzandosi d'un passo verso di lui: tu dubiti?...

Levò le mani verso il cielo in un atto di protesta, di meraviglia, di risentimento, cui non aveva parole a poter bene esprimere.

— Debora! soggiuns'ella dirigendosi alla fante come per prenderla a testimonio di tanto eccesso: egli non crede alle mie parole, egli mi accusa di menzogna, egli nega fede alla mia sventura.