Ester stava immobile presso la tavola, appoggiata a questa colla sua bianca mano, e il suo pensiero era ben lungi dalle idee di suo padre; le suonavano ancora nell'anima le ultime voci amorose che erano uscite dalle labbra del suo amante, come in una nebulosa visione le comparivano alla mente le linee vaghe ed incerte d'un delizioso avvenire in una solitudine che il suo Luigi le avesse procurata, cui il suo Luigi imparadisasse del suo amore. Si mise a contare i denari macchinalmente per aiutare nell'opera sua il padre, il quale ad ogni mucchietto di monete che metteva in disparte per dar poi al medichino, mandava un sospiro che pareva un gemito.

Quando la numerazione del danaro fu finita, Jacob prese di nuovo in mano la cambiale datagli da Gian-Luigi e disse con quel suo cachinno:

— Pensare che questo straccio di carta vale tutto quel denaro lì!... E che potrebbe valere anche di più!...

Additò col suo indice magro, adunco, unghiato, che pareva un artiglio di falco, la sottoscrizione della contessa di Staffarda.

— Queste poche parole qui, soggiunse, valgono più che la firma d'un banchiere, e sono certo che loro si farà onore più che non faccia la miglior casa di questo mondo.

L'occhio di Ester cadde sbadatamente là dove accennava il dito di suo padre; essa ci vide il nome di Luigi e sotto quello d'una donna; un lieve rossore le venne alle guancie ed una qualche animazione nello sguardo.

— Chi è quella donna? domandò con interesse.

Arom sogghignò della più bella e crollò il capo maliziosamente.

— Chi è? Chi è? La è una gran dama, proprio coi fiocchi, la quale non si farà certo tirar l'orecchio per pagare. Di valor legale questa carta non ne ha nessuno, ma ne possiede uno ancora più sicuro. Quando io mi presenti per l'esazione si farà qualunque sacrificio per soddisfarmi.

— Perchè? domandò la giovane che si sentiva opprimere da un'indefinibile inquietudine.