— Poichè essi mi dicono che quell'arma appartiene ad una famiglia che ora è spenta affatto, sanno essi qual nome avesse questa famiglia?

— Si, rispose Don Venanzio. Ho già fatto, parecchi anni or sono, delle ricerche intorno ad essa e non venni a capo di null'altro che di sapere chiamarsi la medesima De Meyrat.

— Ebbene, disse allora la donna, io dirò tutta la verità per quanto mi riguarda e vedranno che la è molto semplice... È vero che quel bottone appartiene alla livrea dei De Meyrat; ed ecco il come si trova in mia mano... Mio marito buon'anima... che la clemenza di Dio gli dia pace nel mondo di là, che in questo, lo scellerato me ne ha fatto vedere di tutti i colori... mio marito era domestico in quella casa. Ne uscì naturalmente, e prima ancora che mi conoscesse, quando il colonnello, ultimo di quel nome, fu ammazzato ad una battaglia di Napoleone... laggiù in Alemagna.... che non mi ricordo più come la si dice.

— Lipsia: suggerì Don Venanzio che l'aveva udita rammentare ancora quella stessa mattina dal marchese di Baldissero.

— Sarà benissimo come Lei dice. Alla vendita che si fece di tutta la roba famigliare, si rubò a man salva da ogni parte, e l'intendente, com'è naturale, rubava più di tutti... Mio marito che allora era giovanissimo e inesperto... ah! se fosse stato più tardi avrebbe saputo farla un po' meglio..... non portò via che alcuni miseri gioielli e degli abiti, fra cui alcuni da livrea; è vero che di questi seppe scegliere quelli che avevano i bottoni e i galloni di vero argento, lusso che quella famiglia si permetteva, e che ora non si vede più... Come lor signori posson capire, tutta questa roba andò via via fondendo a poco a poco, e quando parecchi anni più tardi io sposai quel benedetto uomo... per mia disgrazia devo dire, ed in quel momento la Beata Vergine mia special patrona ed avvocata mi ebbe levato la sua santa protezione, chè ne ho visto di tutti i colori con quell'animale... basta!, quando lo sposai non rimaneva più che una filza di cotali bottoni; e questi gli uni dopo gli altri andarono ancor essi dall'argentiere, finchè non me ne rimase più che quello lì ch'io ho voluto conservare in ricordo d'un tempo migliore e come memoria del mi' uomo che Dio abbia in gloria... E questa è la verità sacrosanta, parola sacratissima di Modestina Luponi; e voglio che il Cielo mi perfondi se ho detto tanto così che non sia.

In tutto codesto, fosse o no la verità, non v'era lume alcuno da avere per l'intricata quistione cui proseguivano i due amici di Maurilio; e non potendosi essi acquetare così facilmente a rinunciare alla concepita speranza di trovare in quel fatto un bandolo della matassa, vennero muovendo e l'uno e l'altro a vicenda interrogazioni e sollecitazioni ed anco preghiere varie, insinuanti, accalorate; ma tutto inutilmente. La vecchia, lieta in sè stessa di essere da sua parte chiarita di quanto voleva sapere, pensava buona politica per suo interesse di lasciare i suoi interlocutori al buio, affine di poter agire essa sola in proposito e secondo sue convenienze.

I due amici di Maurilio, disperando oramai di vincere l'ostinazione della vecchia, e poco lontani dal persuadersi, che in realtà poi ella non avesse nulla da dire, stavano per andarsene, quando, per fortuna gli occhi di Giovanni Selva caddero sul foglio di carta cui la Gattona stava scrivendo prima del loro arrivo, ed al quale egli, appoggiato alla tavola, aveva sin'allora volto le spalle.

Il giovane mandò un'esclamazione in cui v'era sorpresa, soddisfazione e trionfo, e senz'un nè due s'impadronì di quel pezzo di carta.

— Ah ah! diss'egli agitando in aria come un trofeo lo scritto della Gattona. Oserete ancora negare?

La vecchia non comprese per qual ragione Selva mostrasse tanta gioia di aver trovato quel foglio e paresse considerarlo come una prova a di lei carico: ma tuttavia domandò vivamente che quella carta le si restituisse e fece a prenderla ella stessa colle sue mani d'arpia.