Sulle sue labbra venne a vagolare, per dir così, quel suo mesto sorriso pieno d'intelligenza.
— In tutti gli eserciti del mondo, continuava egli, il tempo che il soldato passa in guerra gli viene contato per doppio: il medesimo dev'essere in questo grande esercito di viventi, che ad ogni momento è chiamato a combattere col dolore. Questi miei anni trascorsi io li ho vissuti in una battaglia continua contro la sventura: ci ho guadagnato un'esperienza di quarant'anni. La sorte mi balestrò in varie condizioni, e facendomi passare traverso parecchi strati sociali mi pose in grado di conoscere i varii elementi dell'umanità, e le ragioni e i torti del suo assetto presente. Ho avuto campo a studiare più gl'infimi che i superiori ordini di questa razza umana che la religione e la ragione proclamano composta di fratelli, e che il fatto e la legge tuttavia dividono e schierano in comandanti ed in ubbidienti, in caste di eletti ed in plebe di derelitti; e di questi poveri ed umili i bisogni che ho partecipato, le miserie che ho sofferto mi hanno con morale coazione fatto comprendere, se non tutte, le più parti dell'arduo problema. Non dico poterlo sciogliere questo problema, dico averlo compreso. Alla mia propria ho cercato rincalzo dalla esperienza altrui fatta concreta nei libri. La fortuna in ciò mi fu benigna che mi pose in grado di poter tutta avermi dinanzi raccolta la scienza stillata in volumi del pensiero umano. Forse non v'ha alcuno al mondo, o pochi soltanto che abbiano divorato tanti libri quanto io. Non dico d'aver letto bene; ed anzi so pur troppo che ciò non è, ma della parola d'ogni pensatore mi sono pasciuto con avidità. Ho visto, letto, meditato di molto; ho sofferto più assai; ecco i miei titoli a dir ciò che penso del problema sociale.
Il vecchio marchese stette un poco prima di parlare a sua volta, e il suo sguardo si teneva fisso sulle espressive e travagliate fattezze del giovane; gli pareva che mercè quella luce d'intelligenza onde s'erano venuti illuminando, i tratti del viso di quel plebeo si fossero cambiati per assumere una specie di nobiltà tutto propria, per effetto di cui egli sentiva quasi un interessamento nascergli verso lo sconosciuto che ora per la prima volta gli era venuto dinanzi.
— Ella dunque ha sofferto, e di molto per causa del presente assetto sociale: disse poi il marchese con accento in cui non poteva ancora notarsi l'abbandono della confidenza, ma pure si sentiva vibrare qualche cosa che assai si accostava alla simpatia; e senza dubbio molti furono e sono e saranno mai sempre ai quali toccherà soffrire per questa ragione, imperocchè in nessun ordine di fatti l'uomo non può arrivare a cose perfette, ed un organamento tale che a tutti soddisfi quelli che sono parte della società penso che pur troppo non si avrà da raggiunger mai su questa terra.
Maurilio fece un piccolo atto che parve un segno rispettoso di voler interrompere.
— So quello ch'Ella vuol dirmi, continuò il marchese con qualche vivacità; senza pretendere alla perfezione è possibile un miglioramento progressivo anche in codesto, mediante modificazioni più o meno radicali, per cui gl'inconvenienti lamentati vengano via via cessando e per la via del meglio si vada accostandosi verso quell'ottimo che fors'anco non è nelle condizioni dell'uomo il raggiungere. Questa è appunto la teoria del progresso, s'io non mi inganno, che la democrazia moderna vuole applicata ad ogni cosa, nascondendo sotto queste modeste e discrete forme le sue passioni sovversive e rivoluzionarie che aspirano all'anarchia. Ma prima di tutto, questa teoria che mira a sfatare il passato e distrurre l'autorità del diritto storico e della tradizione, è falsa innanzi agli insegnamenti appunto della storia, alle reliquie degli antichi tempi; è falsa inoltre, ed è ciò che più importa, innanzi ai pronunziati della nostra santa religione.
E qui si rivolse verso Don Venanzio, il quale, sembrandogli forse troppo grave il pronunziarsi lì per lì in quistione di tanta importanza, curvò la testa e fece spalluccie come per dire: «sarà benissimo.»
— La storia, continuò il marchese, ci dice che il cammino percorso dall'umanità non è una spirale che sale e che sale con progresso indefinito, come dicono gli esaltatori dell'umanismo, ma sì invece è una specie d'altura giunti al culmine della quale bisogna discendere e qualche volta precipitare per rifarsi alle radici e ricominciar la salita da capo. Parecchie volte una razza, un popolo, una città giunsero a questo fastigio: le immense monarchie dell'Oriente, l'Egitto, la Grecia, Roma. Ebbene che cosa sono esse oggidì? Lo dicano l'erbe che crescono sulle ruine dei superbi loro monumenti. Il soffio di Dio ha fiaccato l'orgoglio della loro scienza e potenza umana. Le nazioni che oggidì tengono il campo, che cosa saranno da qui a mill'anni? La religione ci insegna che l'uomo fu creato da Dio nello stato più felice ed ottimo che alle sue condizioni di uomo convenisse; da quello stato egli decadde per sua colpa e non potrà in esso reintegrarsi mai più, perchè se il Redentore venne a rimetterci in comunicazione col cielo, Iddio non volle già che togliesse dalla terra gli effetti della maledizione del peccato, e la legge imposta ad Adamo alla cacciata dell'Eden dura e durerà sempre nei figli suoi. Il paradiso terrestre non si potrà riconquistar più. Quell'ideale di felicità terrena che l'uomo vagheggia è una reminiscenza del primitivo stato di grazia; e per errore d'ottica e di giudizio la passione dei beni terreni cerca nell'avvenire ciò che fu inesorabilmente spento nel più remoto passato.
— Mi permette, signor marchese, ch'io osi contraddirla?
— Parli con tutta libertà.