— Ai miei occhi non è che la storia ci mostri l'umanità oscillante miseramente fra un limitato avanzamento insuperabile ed un inevitabil regresso; ed io non trovo da nessun valido argomento afforzata la teoria dei ricorsi di Vico. Sì, secondo me, la marcia dell'umanità è una spirale ascendente; ma il vero è che questa spirale ha dei giri di cui la parte inferiore scende più basso del livello a cui forse era sceso il giro precedente; ma il cammino non è interrotto, ma la forza ascensiva non è cessata, e da quella bassura, talvolta anche relativa soltanto, l'umanità si dovrà elevare ad un'altezza superiore a quelle che furono arrivate per l'innanzi. Certe razze e certi paesi giungeranno ad una grandezza di civiltà e poi ricadranno di nuovo nella barbarie; e ciò perchè essi avranno compita la parte loro assegnata nel gran disegno della Provvidenza; o perchè avranno falsato i principii che dovevano applicare e le loro conseguenze. Ma è da dirsi che il loro glorioso sfavillare d'un momento nella storia sia rimasto inutile; che soli passeggieri, dopo aver brillato un istante, si estinguano lasciando più densa intorno l'oscurità? Le grandi monarchie di Ninive e di Babilonia si sono estinte, ma chi può negare l'influsso di quella coltura, benchè mostruosamente applicata ed effettuata, in quel mondo orientale, a cui cotanto attinsero e l'Egitto e la Grecia, e Israele medesimo nel corto momento di suo splendore? La Grecia decade dopo avere raccolto in sè come in un foco tutti i conquisti dell'intelligenza umana ed aver tutto ammigliorato, ad ogni cosa dando l'impronta del suo genio puro, evidente, artistico, armoniosamente bello; ed ecco che Roma è già lì pronta ad accogliere la successione e spingere ad ulteriori conseguenze le ricevute, già sviluppate premesse. Il mondo pagano giunto ad un'altezza di coltura che pare il sommo arrivabile, devia nella più empia corruzione e precipita. Questa volta in presenza dell'invasione della nuova barbarie chi non direbbe avvenuto il regresso? chi non temerebbe almeno una soluzione di continuità in quella marcia ascendente? Ebbene no; il giro della spirale è disceso ad un bassissimo livello, ma la potenza di riscattar su non è tolta alla molla; in quella bassura temporanea prenderà nuova forza e nuovi elementi anzi per ispingersi a non ancora arrivate o nemmeno ancor sognate altezze; nella confusione del medio evo il cristianesimo matura la civiltà moderna che per tante ed importantissime cose sarà di tanto superiore all'antica. Ed è forse da credersi che i progressi della civiltà pagana sieno stati inutili all'assestamento di quella cristiana? Mai più. La letteratura e la scienza dell'antichità si scambiano ma proseguono nel mondo moderno; dànno la base, prestano il punto di partenza e le prime forze alle mosse del rinnovellato pensiero; il cristianesimo stesso non viene come un atto inaspettato senza radici nei precedenti, senza ragioni di conseguenze da cause anteriori, senza anteriori premesse. Nessun fatto accade di questa guisa nell'umanità. Il cristianesimo dà forma più elevata e più precisa, più pratica, direi quasi, e nello stesso tempo più pura a quelle aspirazioni che da assai tempo già si facevano strada di mezzo al politeismo e si manifestavano colla filosofia platonica e coll'umanitarismo, se così posso dire, della nuova commedia di Menandro e de' suoi. Come muoiono gl'individui e s'estinguono anche le razze, ma l'umanità non muore; così cadono le civiltà particolari di questo e quel luogo, ma non cade mai per l'affatto la civiltà umana; s'assopisce, sonnecchia, la fiamma s'abbassa e il fuoco si copre di ceneri, e poi ad un tratto soffia il vento, la si ridesta, le ceneri sono via portate e la luce ribrilla più splendida e maggiore. La fiaccola della civiltà è tenuta ora da questo or da quello fra le schiatte ed i popoli; ma quando l'uno inciampa o rovina ecco un altro o subito di lì a poco raccogliere la face e riprendere la via alla testa dell'umanità solidaria in ogni progresso de' suoi membri. L'opera provvidenziale s'interrompe, non cessa. L'ideale che si prosegue, anco inconsciamente dai più, non è nel passato, no: è là dinanzi a noi, nell'avvenire, in un avvenire che probabilmente non si raggiungerà mai, ma verso cui è legge costitutiva della nostra natura intellettuale anelar senza posa.

Un calore contenuto, sincero, pieno di persuasione epperò di efficacia aveva animato il discorso di Maurilio: la sua voce ordinariamente poco sonora, vibrava con simpatico vigore, il volto arrossatosi alquanto, gli occhi fatti più risplendenti davano alle sue sembianze una certa attrattiva quasi autorevole, che ispirava la considerazione per quella intelligenza ond'erano illuminati la fronte, lo sguardo, la parola del giovane.

Baldissero subì ancor egli l'influsso di codesta attrattiva: rivolse a Maurilio un sorriso assai benigno e gli disse con accento più amichevole che per l'innanzi:

— Ella mi ha confutato passo passo.....

— Ah! non ho ancora finito: interruppe, ma in modo molto rispettoso, Maurilio. Mi resta di manifestare la discrepanza delle mie dalle sue idee intorno ad un punto importantissimo: quello che la religione cristiana condanni il concetto e la teorica del progresso. La religione cristiana ha bensì per suo dogma il decadimento della natura umana per il peccato, ma, secondo me, non limita gli effetti della redenzione alla parte spirituale dell'uomo caduto. Il Cristo è venuto ad arrecarci col sacrificio di sè, non solamente la salute eterna, ma anche la miglioria della vita terrena, mercè il lavoro, la virtù e la morale. La maledizione di Adamo non fu così distrutta nell'umanità che di botto ella tornasse allo stato primitivo di grazia e di felicità per l'anima e pel corpo condannati; ma la redenzione pose l'uomo individuo in grado di acquistarsi coll'opera sua particolare la salvezza eterna, l'uomo collettivo, il genere umano nella possibilità di venir migliorando sempre più le condizioni del suo vivere terreno. La fase grandiosa del progresso moderno incomincia dall'opera santissima del Cristo ed ha sua base nella buona novella annunziata all'umanità col Vangelo.

— Che cosa ne dice Lei, Don Venanzio? domandò il marchese ancora con quel suo benigno sorriso.

Il vecchio parroco ripetè il movimento che aveva fatto poco prima.

— Io non sono che un povero prete di campagna che ho studiato poco ed ho vissuto in una stretta cerchia di attinenze e d'idee. Può essere dunque facilissimo ch'io sbagli; ma mi pare che in tutto codesto non ci sia nulla di eterodosso.

— Per disgrazia, soggiunse il marchese, rivolgendosi di nuovo a Maurilio, il fatto, checchè Ella possa dire, sta lì a dar torto alle sue allegazioni. Scendiamo dalle generali per venire un po' più accosto alla realtà. Si tratta della società ch'ella dice e ch'io le accordo essere infelice, turbata, male in assetto; or bene guardiamo il passato: noi vediamo come prima che le empietà rivoluzionarie venissero a scuoterla dalle sue fondamenta e trarla fuori della sua base normale, prima che le passioni malvagie del materialismo e della irreligione venissero a sovvertire gli ordini stabiliti, e che avevano loro ragione di essere nella natura delle cose, nella tradizione e nel diritto storico; noi vediamo che la società posava più tranquilla, più sicura e quindi più felice. Ora noi vediamo sì un movimento, un funesto movimento di progresso; ma verso il peggio. Ogni giorno più noi sentiamo la società minacciata, scavato il terreno sotto le più sante istituzioni, sciolto d'un freno il popolo di cui si travia la mente e si eccitano i mali istinti col pretesto d'istruirlo. E la società non sarà salva e sicura finchè quelle triste passioni non si schiantino dalle masse, finchè quel soffio distruttore di libero esame e d'anarchia non sia compiutamente estinto. Sì, noi dobbiamo oggidì riformare la società, ma non andando verso un'ipotetica forma dell'avvenire che effettui le audacie delle sovvertitrici ambizioni plebee, sibbene tornando indietro al naturale, logico, storico stato sociale che le rivoluzioni di Francia hanno sciaguratamente distrutto.

— Ah signor marchese, disse allora Maurilio con un calore che tutta aveva superata la sua primitiva timidezza e toltogli l'impaccioso riserbo: io bene affermo che la società moderna ha molti mali ed è minacciata da molti pericoli, ma contesto che i rimedi a siffatti pericoli sieno da cercarsi nel regresso al passato, e che i mali presenti sieno maggiori di quelli della società dei secoli scorsi. Per quanto poco e insufficiente ancora, pur tuttavia un miglioramento s'è fatto; non c'è che da paragonare la plebe moderna agli schiavi dell'antichità, ai servi del medio evo, per vedere quanto acquisto abbia fatto anco nelle basse classi la personalità umana in punto a condizione economica ed in punto a dignità individuale.