— Miglioramenti fittizi ed anzi fatali: interruppe il marchese. La condizione economica?... Ebben sì; voglio anche ammettere che la ricchezza pubblica siasi accresciuta, e che la plebe possa quindi averne maggior parte coll'aumento de' suoi salari; ma che cos'è ciò, a che approda, quando pel funesto spirito moderno i suoi bisogni ed i desiderii sono accresciuti molto più a dismisura e non trovano quindi nè anco la centesima parte di quella soddisfazione a cui anelano? La dignità individuale? Ma dove e come restava questa lesa in quel rispetto alla gerarchia sociale ch'è un riconoscimento delle superiorità stabilite dal Creatore medesimo per mezzo della natura e del diritto ereditario? Oggidì si chiama col nome di tal dignità lo spirito d'insubordinazione che tutto minaccia sovvertire, che tutti spinge fuori dei limiti di quella condizione in cui li ha posti la Provvidenza. Ma come, in fede mia, può uno spirito imparziale, paragonando questa nostra alla società dei secoli scorsi non riconoscere la superiorità di quest'ultima? Allora gli ordini erano fissati con precisione dalla nascita: ciascuno quindi stava a suo posto, senz'ambizione di uscirne e senza paura di scaderne: la comunità non era tormentata dagli sforzi disperati di costoro per ispingersi su, di quegli altri per mantenersi nei ranghi superiori. Oggidì tutto questo non è più fermo come prima. Gli ambiziosi del basso dànno l'assalto continuo ai posti delle classi che predominano: è una lotta ardente e continua per arrivare; nulla è più certo e sicuro, la tranquillità è bandita dall'animo di tutti. Mentre il giusto privilegio della nascita dato da Dio scade sempre più, che cosa vediamo noi sostituirglisi? Lo ingiusto prepotere della ricchezza data dall'industria, dall'avidità, e molte volte eziandio dalla frode dell'uomo. E il denaro, che così va innanzi a tutto, non è nobile, nè intelligente, nè pietoso alle pene altrui; è il trionfo del più materiale egoismo.
«E codesto succede in tutta la compage del corpo sociale: dall'alto al basso una lotta miserabile per soprammontarsi l'un l'altro. Per giungere al loro scopo alcuni prendono i tragitti più vergognosi, le sconcie protezioni, l'intrigo, l'adulazione; altro che la dignità individuale!
«Ella mi parla di progresso e di miglioramento? Le ho già detto anche circa il miglioramento delle condizioni materiali, come esso non fosse a gran pezza bastevole alle nuove cresciute esigenze, e perciò riesca relativamente a fare ancora maggiori le sofferenze di chi più volendo si accorge di essere destituito di maggior quantità di beni. Ma poi: che cosa serve un lieve miglioramento materiale, quando si ha pur troppo una degradazione così evidente e dolorosa nell'ordine della moralità e dell'intelligenza? Sì signore: quella caccia al successo ed al denaro smussa la delicatezza del sentimento e smaga la virtù. Cieco è chi non vede il livello morale essersi dolorosamente abbassato ed abbassarsi. Ed anche la parte intellettiva dell'umanità ne scade. È generale il lamento della decadenza delle arti e delle lettere nel mondo moderno. E qual n'è la precipua ragione? Quelle piante delicate hanno bisogno d'un ambiente propizio che le accolga e nutrichi e difenda: una classe superiore e privilegiata — diciamo la parola — un'aristocrazia soltanto può somministrar loro quest'atmosfera propizia.....
S'interruppe da sè medesimo per riprender tosto con accento ancora più grave e di maggior convinzione:
— L'aristocrazia!.... È contro di lei che lo spirito moderno, raccogliendo ed ereditando gli odii e i sospetti del monarcato che tanto l'ha combattuta, volge i suoi più vivi assalti. Sconsigliati che non vedono l'aristocrazia essere un portato di diritto naturale, illustrazione, grandezza, e nel medesimo tempo guarentigia della società. Chi crede che l'elevarsi dell'aristocrazia debba attribuirsi alla prepotenza di taluni che si sono imposti altrui senza ragione e diritto, ignora la storia e disconosce la natura umana. L'aristocrazia è il risultamento necessario d'un fatto provvidenziale. L'umanità si divide per la natura medesima delle cose in deboli ed in forti — sia riguardo al vigor fisico che riguardo all'intelligenza, alla volontà, al coraggio, ad ogni dote dello spirito e del cuore; questa differenza fra individuo e individuo, questa supremazia di alcuni, posta dalla natura medesima, può dirsi effettivamente di diritto divino. Ciò posto (e nessuno lo può negare) ad aggiustare la società senza la fondazione d'un'aristocrazia non occorrono che due sistemi: o sottomettere tutti e forti e deboli, senza differenza di gradi, ad un potere unico e sovrano il quale imperi assolutamente su tutti; oppure decretare contro la natura delle cose un'uguaglianza assoluta fra tutti quegli elementi discordi e dar al maggior numero di essi la sovranità e il potere — dispotismo sempre o d'un solo o della moltitudine. L'antica società, contro cui insorse e vinse pur troppo la rivoluzione di Francia, aveva invece risolta la questione in modo più acconcio e più umano, riunendo i forti e i deboli coi legami reciproci e morali della protezione e della fedeltà. Il forte, per mantenere e proteggere il suo grado contro il dispotismo d'un solo, aveva avuto bisogno di raccogliere intorno a sè i deboli e li compensava del loro appoggio mercè la sua protezione; il debole aveva avuto mestieri del forte per essere difeso contro la violenza e gli pagava codesta difesa colla sua fedeltà. Ecco la società feudale così poco intesa e così calunniata!
«La natura aveva cementato quell'ordinamento, l'interesse comune lo assicurava, dalle classi superiori discendevano la beneficenza e la giustizia, da quelle inferiori salivano la devozione e la gratitudine. Un legame d'affetto comune aggiuntosi alla abitudine colle continuate attinenze addolciva i rapporti; sotto l'apparenza della disuguaglianza si aveva in realtà un'uguaglianza di cuore, quella che sola è possibile fra gli uomini, meglio che non quella ingiusta, arida ed assurda che vuole stabilire la legge. Epperò vedevansi allora i subalterni amare i loro superiori, rispettare il potere e l'autorità, i giovani tacere innanzi ai vecchi, i figliuoli obbedire ai genitori e nessuno tentar d'usurpare il posto altrui. Le famiglie formavano delle unità vive ed immortali in cui durava la tradizione, e gl'individui imparavano i pubblici doveri alla scuola dei doveri domestici; e su tutto questo la religione, venerata, accettata da tutti, spargeva la sua luce divina e la grazia delle sue consolazioni supreme[9].
Il marchese si tacque e col suo contegno mostrò che attendeva da Maurilio una risposta, cui avrebbe ascoltata volentieri: e il giovane non la fece aspettare.
— Quella medesima religione, diss'egli, fu quella che più efficacemente valse a rovinare l'assetto aristocratico della società, appena fu essa meglio compresa dalle masse. Nulla vi ha di più democratico al mondo che la religione cristiana. Proclamando l'uguaglianza giuridica degli uomini, la legge moderna non ha fatto che applicare ai rapporti terreni quel precetto che Cristo predicò della uguaglianza delle anime innanzi al Padre Celeste; è un germe posto dal Cristianesimo nell'umanità con tanti altri della civiltà presente che fruttò da ultimo col trionfo della rivoluzione.
«Esaminata da lontano colle linee e coi colori che la sua parola, signor marchese, le ha saputo dare, certo l'antica società si presenta sotto uno specioso aspetto di ordine e di forza, di regolarità e di agevolezza nel suo funzionare: ma converrebbe esaminarla più da vicino, penetrare con occhio critico in essa per vederne i malanni, i disagi, gl'intimi dolori. Quando essa cadde, tutti — perfino i privilegiati — concorsero a darle la spinta, perchè tutti sentivano il malessere dalla medesima prodotto. Le rovine forse furono troppe e troppo rapidamente accumulate, e il sangue che fatalmente venne ad inaffiarle fece rinascere una pietà che parve simpatia e rimpianto delle cose perdute, ma ogni spirito acuto dovette accorgersi che tutto ciò ch'era caduto, da lungo tempo era corroso alle fondamenta e non poteva più reggere. Il consolidamento della razza umana in ordini ed in caste immutabili in tanto può reggere in quanto che sia di comune accordo da tutti accettato; dal momento che la disuguaglianza è considerata come un'ingiustizia, essa diventa intollerabile ad ogni cuor generoso.
«Nè la disuguaglianza naturale fra gli uomini legittima lo stabilimento d'una disuguaglianza sociale tra le famiglie. Hannovi sì i forti e i deboli anche nell'ordine dell'intelligenza e dell'anima; ma non è mai che questi così ben si dividano che ad una schiatta appartengano sempre i meglio dotati ad un'altra i meno. Nella famiglia la natura dà la tutela dei deboli, i bambini e le donne, ai più forti, i genitori ed i mariti; ma nella società non si vede in nessun modo una protezione istituita di questi su quelli dalla natura medesima delle cose: ogni supremazia proviene o dalle circostanze che hanno date all'uno delle forze superiori, o dal libero arbitrio del protettore e del protetto. La tutela dei deboli non deve dunque appartenere a questi od a quelli elevati in casta privilegiata, sibbene alla società intiera, val quanto dire alla legge. L'antico regime aveva dunque gran torto fissando arbitrariamente la forza in certe famiglie e la debolezza in altre, invece di lasciare che liberamente la forza e la debolezza si manifestassero là dove esistevano. Certo nel fatto i nobili erano allora i più forti — lo sono ancora appo noi oggidì per favore della monarchia — ma in ciò appunto sta l'ingiustizia, perchè, come si prova che questa supremazia la meritino realmente quando è l'azzardo della nascita che loro l'accorda?