Ma prima di introdurci in questo profumato e sfarzoso ambiente della ricchezza, dobbiamo recarci nella lurida taverna di Pelone e penetrare nel segreto stanzone del Cafarnao, dove ha luogo un grande ed importante convegno di tutti i capi della cocca.
CAPITOLO XII.
In quella scellerata associazione che chiamavasi la cocca, erano tre gradi: cominciando dall'alto della gerarchia veniva primo un sinedrio ristretto di pochi caporioni che formava il Consiglio de' ministri del capo supremo, al quale era bensì concessa una grande autorità, non però senza temperamento di preventivo esame e di sindacato susseguente ai suoi atti principali: questo sinedrio radunavasi in Cafarnao; eravi poi una più numerosa assemblea che componevasi dei capi delle singole squadre ed a questa, a cui erano taciuti gli alti avvisi o i segreti intendimenti del Consiglio superiore, spettava determinare le imprese minori, scegliere questi o quei modi d'esecuzione, distribuire fra i varii attori le parti, assegnare a ciascuno dei cooperanti una quota del bottino; quest'assemblea sedeva nella riposta stanza dell'osteria di Pelone; e se tutti i componenti di essa conoscevano l'esistenza del segreto ricovero dove si nascondevano le prede e si trafugavano le traccie dei delitti, a pochi soltanto e i più fidati era stato concesso l'introdurvisi; nello stanzone poi dell'osteria erano raccolti i semplici gregarii e non tutti, — perchè il loro numero era troppo maggiore di quel che la taverna potesse contenere — ma i principali, a cui, dopo presa una decisione, venivano dati i cenni opportuni, il motto d'ordine, le istruzioni e i convegni fissati, con incarico di trasmetterli a quegli altri compagni assenti che fosse stimato necessario. Alle adunanze del primo di questi poco onorevoli consessi assisteva sempre il capo supremo eletto da questo consesso medesimo; ai convegni dei capi-squadra era egli presente il più spesso, e fu a quest'occasione che Maurilio dovette di trovare nella bettola di Pelone Gian-Luigi travestito da operaio: alla massa dei semplici gregarii difficil era che il medichino si immischiasse, e molti di essi lo conoscevano di nome e lo rispettavano ossequenti per fama senza nemmeno conoscerlo di persona.
Quella sera, come già sappiamo, tutte tre le categorie degli affigliati alla infame Società erano convocate: il sinedrio supremo per risolvere, l'assemblea mediana per scegliere i mezzi d'esecuzione, la infima classe per ricevere gli ordini. Sulle peste di Macobaro, il quale, camminando frettoloso per la notte è giunto alla bottega di Baciccia, introduciamoci anche noi nel misterioso ridotto.
Quando il padre di Ester vi giunse, il medichino non c'era ancora. La lampada che pendeva dalla vôlta illuminava del suo chiarore rossigno le faccie diverse, ma tutte caratteristiche, di cinque individui seduti intorno alla tavola che trovavasi in mezzo a quel vasto camerone ingombro di tanta roba. Una di queste faccie era il muso appuntato di Graffigna che già ben conosciamo; vicino a lui, cogli avambracci posati sul piano della tavola, stava un omaccione a forme grosse, quadre e robuste: una testa enorme gli pencolava come ad uomo preso dal sonno che di quando in quando cede all'assopimento; la faccia imbestialita non lasciava più scorgere traccia nessuna di sentimento fuorchè un basso istinto animale; l'occhio semispento aveva qualche cosa di stupido insieme e di feroce, le labbra grosse colore della feccia del vino, parevano incapaci ed indegne dell'attributo dell'uomo che di tanto lo separa dal resto dell'animalità: la parola; avreste detto non poter uscire da quella bocca degradata che un grugnito belluino. Pareva immerso in una specie di torpore dell'anima e del corpo; ma tratto tratto ne usciva un istante per mescere d'un liquore del color dell'acqua, di cui aveva una bottiglietta innanzi a sè, in un bicchierino, il cui contenuto poi tracannava d'un colpo con mossa del braccio concitata, quasi rabbiosa. Era acquarzente della più forte; ad ognuno di tali bicchierini e' si riscuoteva un poco, alcuna intelligenza pareva tornare in quel suo sguardo sanguigno: ma poi non tardava a riprenderlo quel torpido assonnamento. Il terzo individuo, paragonati i suoi abiti a quelli miseri e frusti de' suoi compagni, vestiva da signore. Era tutto in nero ed aveva le apparenze d'un leguleio o d'un uomo di affari; portava sul naso degli occhiali colle lenti azzurrigne e parlava, si muoveva, stava con una certa importanza di sè. Dirigeva una casa di commissioni per allogamento di persone di servizio, per pigionare quartieri in città, per vendita od affitto di beni rurali, per impiego di denari e simili; sapeva a menadito il Codice civile e quello penale, era il consultore legale della Società, e i suoi compagni lo trattavano col sor. Degli altri due non è il caso di occuparsi: ci basti sapere che erano arrivati ancor essi a quell'alto grado nella gerarchia per merito di audaci ed accorti delitti e di utili vistosi recati col senno e coll'opera alla Società.
Fra questi cinque individui non una parola si scambiava. Ciascuno pareva assorto nei suoi pensieri; tenevano il capo basso in aspetto meditabondo e non si guardavano neppure l'un l'altro. Avreste detto che rattenevano fin anco la loro respirazione per non turbare l'alto silenzio, che veniva rotto tratto tratto soltanto dal colpo con cui l'omaccione batteva la tavola deponendovi su il bicchierino dopo averlo vuotato.
All'entrare di Macobaro i cinque personaggi levarono la testa; e visto chi fosse non gli dissero, nè fecero cenno di sorta che paresse un saluto, ma tornarono nel loro primitivo raccoglimento: l'ebreo si venne inoltrando chetamente quasi con umile riverenza verso la tavola, prese una seggiola e vi sedette timidamente senza nè dire una parola neppur egli, nè fare un atto qualsiasi.
Si continuò per un poco ancora in quel silenzio; finalmente l'uomo dagli occhiali bleu fece un movimento, trasse di tasca l'orologio e guardandolo disse:
— Il medichino è in ritardo d'un quarto d'ora.
— È troppo: disse un altro.