Andrea voltatosi vide nella penombra d'un angolo dello stanzone drizzarsi le forme madornali e la faccia imbestialita di quel gigantesco individuo, entrato poco prima chetamente, mentre il fabbro era tutto intento al suo lavoro. Capì che ogni velleità bellicosa era una follia, e chinò la testa in atto come di rassegnata sommissione.
Graffigna tornò ad accostarglisi con un sorriso trionfatore.
— Avete intesa l'antifona, e voglio sperare che non la dimentichiate: diss'egli. Bene!... saremo amiconi allora, amiconi per questa tristaccia di pelle che non vale un botton frusto... Ma ora abbastanza chiacchere... filiamo, chè di qui conviene sgomberare.
L'operaio si lasciò bendare gli occhi senza più una parola, e colle medesime precauzioni usate nell'introdurlo in quel segreto covo, fu egli ricondotto nella retrobottega di Baciccia, dove, prima di levargli la fascia dagli occhi, fu fatto girare ancora in lungo ed in largo, di su e di giù, dandogli l'idea di aver percorso un lunghissimo tratto di cammino.
— Ora, gli disse poi Graffigna togliendogli la benda, potete andare alla bettola dove vi aspetta Marcaccio... E ricordatevi sempre il vostro giuramento e le mie parole.
Andrea uscì dalla bottega del rigattiere senza idea nessuna nè di dove andare, nè di che cosa fare. Camminò per le strade dove era già notte chiusa, senza direzione, andando in balìa delle gambe come una mosca senza capo. Di tratto in tratto gli pareva sentire una voce misteriosa sotto la collottola del cranio gridargli: «hai commesso una cattiva azione». Si diceva anzi pian piano fra sè che quello si chiamava un delitto. Egli aveva dunque posto il piede su quella brutta strada. Lo avrebb'egli creduto un tempo? Non ci aveva fatto ancora che un primo passo; poteva ritrarsene; ma no, sentiva di non esserne più a tempo, di non volerlo più nemmanco. Gli pareva d'essere afferrato dalla morsa invincibile ed inesorabile d'una macchina potentissima; avrebbe avuto un bel dibattersi: era nelle branche d'un mostro che non lo avrebbe lasciato più. E poi desiderava egli stesso andare a capo dell'avventura che aveva incominciata. Nariccia gli aveva fatto tanto male; e il desiderio di vendicarsene non poteva sfumare così agevolmente dall'animo esulcerato dell'operaio disposto alle triste passioni dalla vita di vizi e di sciopero intrapresa da tanto tempo. Dell'agognata vendetta aveva egli appena gettate le basi, compito un primo atto, cominciato un preparativo; voleva seguitarne lo svolgimento, spingerla a fine egli stesso, godere della sua effettuazione. E poi perchè non ne avrebbe tratto vantaggio egli pure? Perchè non avrebbe sollevata la sua miseria, che quello scellerato avaro perseguitava ed accresceva, coi mal raccozzati tesori dell'avaro medesimo?
Il ritorno alla innocenza d'un tempo, alla virtù dall'onesto lavoratore egli lo credeva impossibile. Ci voleva una lotta di cui non si sentiva più la forza in sè stesso. Ah se avesse potuto rifar vivo il passato! Se avesse potuto levare dall'ospedale sua moglie e riaverla sana e lieta come un tempo nel modestissimo, pulito quartieretto! Allora sì che la forza glie ne sarebbe tornata, diceva egli a sè stesso; ma codesto era impossibile. Togliendogli la moglie, e forse per sempre pur troppo, il destino gli aveva tolto il suo buon angelo per lasciarlo del tutto in balìa del genio del male. Ancor egli, l'infelice, si ripeteva la folle scusa di tutti coloro che falliscono, che cioè era una fatalità, era decreto di una forza superiore al suo volere, era qualche cosa d'inevitabile che lo voleva precipitato in quell'abisso.
Assorto ne' suoi pensieri il misero Andrea non badava punto alla strada che percorreva. L'abitudine lo portò alla casa in cui fino a quel giorno aveva abitato colla famiglia, dove o più presto o più tardi, più o meno in sentore egli rientrava tutte le sere a trovarci la moglie e i figli suoi. Nel porre il piede sopra la soglia della porta da via, si riscosse, gli parve che una mano invisibile gli desse un urto nel petto per respingerlo di colà, tornò in sè come uomo che ad un tratto si desta, riconobbe il luogo dove si trovava ed ebbe presenti le sue condizioni. Non aveva più casa, non aveva più famiglia, e chi l'aveva ridotto a tal punto, ei si diceva, era quell'uomo che se ne stava tranquillo col suo oro in quella casa medesima. Un nuovo impeto d'odio contro Nariccia, che siffatto pensiero gli fece salire all'animo, concorse a scacciarne via ogni pentimento, ogni rincrescere di ciò che aveva fatto. Gli parve il suo il più natural atto del mondo, quasi l'esercizio d'un suo diritto.
Ma in presenza di quella casa più vivace erasi fatto in lui il pensiero della sua Paolina; senza rifletterci altrimenti prese la corsa e fu all'ospedale dov'ella era stata ricoverata. A quell'ora non c'era verso che alcun estraneo potesse introdursi nelle sale dell'ospizio: il portiere trattò da matto il povero operaio che insisteva per entrare, e senza voler neppure dar retta alle supplicazioni che Andrea gli faceva per avere almeno alcune notizie della sua donna, lo respinse fuori e gli chiuse la porta sul muso.
Che cosa aveva da fare quel disgraziato? Dove andare? Si aggirò un poco per le strade della città e finì per capitare alla solita bettola di Pelone, dove Marcaccio lo aspettava.