— Un momento: soggiunse. Sono per te, ma col patto che tu faccia quello che io voglio.
— Che cosa debbo fare?
— E non solamente questi, ma ne avrai di molti e di molti altri.
— Che cosa debbo fare? ripetè con ardore il giovinastro.
Oh strano potere dell'oro! Ecco un miseruccio di imbecille che ha un'anima torpida in corpo di torpidi sensi; cui la condizione della nascita, dell'esistenza, dell'intelletto non consente che pochi ed umili desiderii; il debolissimo spirito del quale è occupato da una paura tremenda che gli hanno fatta le minaccie di morte per costringerlo al silenzio intorno a quelle cose che di necessità a lui si dovettero lasciare scorgere e che a lui piuttosto che a un altro si permise fossero note, credendo appunto una guarentigia il suo timore e la sua melensaggine; ebbene quest'imbecille, al suono di poche monete che gli si fanno luccicare dinanzi, dimentica per un istante ogni altro sentimento, per non aver più che quello di potere far suo quell'oro.
— Che cos'hai da fare? disse Barnaba chiudendo in pugno i marenghini: rispondere la verità, tutta la verità alle domande che sto per farti.
— Signor sì, disse lo scemo, risponderò.
— Ieri sera, quando sono entrato da Pelone, nel gabinetto c'era il medichino: non è vero?
Meo si diede a grattarsi in testa con tanto furore che pareva volersi strappare la lana grossolana e mal cardata de' suoi capelli.
Barnaba allargò la mano, e gli fece luccicare dinanzi agli occhi, e suonare all'orecchio, agitandoli di nuovo, i marenghini che teneva in pugno.