— Ebbene, mio bell'amorino da galera: ripigliava vezzosamente Graffigna, voglio dire quel tuo degno amico, infame spia d'un poliziotto birbante, Barnaba, come ho sentito ch'e' si chiama.....

— Oh oh mio amico! protestò Pelone con accento indignato.

— Sicuro, stimabile Pelone, furfante matricolato. Rispondi adunque categoricamente, come dicevami l'avvocato fiscale nel suo interrogatorio: è egli già venuto?

— No, non l'ho ancora visto.

— Bene. E ti ricordi ancora quel che ti ho detto quest'oggi?

— Cioè? domandò il bettoliere guardando per terra in un angolo della stanza.

— Cioè che tu, quando sia capitato quel cotale, l'hai da ritener qui in bel modo, fin dopo la mezzanotte. Mi pare che te lo avevo cantato abbastanza chiaro per non avertelo più da ripetere..... Ed ora sai tu proprio ben l'affar tuo?

Pelone fu assalito da quella sua incomoda tosse che gli veniva così comoda per torlo all'imbarazzo di dar certe risposte che gli seccava pronunziare. Ma Graffigna non era uomo da contentarsi così agevolmente; aspettò che la tosse cavernosa fosse finita, e poi insistette:

— Hai tu capito?

— Ho capito: rispose con un fil di voce l'oste, a cui l'accesso della tosse pareva non aver lasciato più fiato in corpo.