Barnaba sedette e poggiando i due gomiti sulla tavola e sostenendo il mento alle mani chiuse, guardò bene in viso il bettoliere, che, secondo sua usanza, si chinava verso di lui dall'altra parte del desco ad aspettare gli facesse note le sue volontà.

— E quel mio affare? domandò Barnaba a voce bassa.

Pelone ricorse a quel medesimo mezzo diplomatico che aveva usato con Graffigna; finse di non capire.

— Che affare? disse cercando cogli occhi spenti in tutti gli angoli della stanza.

Ma lo spediente non gli servì meglio di quello che gli avesse servito con quell'altro.

Barnaba si sollevò a mezzo sul suo sedile per recare le sue labbra al livello dell'orecchio dell'oste chinato innanzi a lui, e susurrò in quel largo imbuto che coronava l'organo auditivo di Pelone alcune parole la cui chiarezza non permetteva più dubbio, nè obblio, nè tergiversazione di sorta.

La risposta di Pelone non fu così chiara e netta.

— Ecco, diss'egli, come ho già avuto l'onore di dirle, io di quella gente cui accenna Lei non ho il vantaggio.... voglio dire la sfortuna, la maledetta sfortuna, che il diavolo mi porti, di conoscerne alcuno....

L'agente di polizia fece un gesto.

— No signore: soggiunse con forza Pelone, interpretando quel gesto come una manifestazione di incredulità. Posso dubitare su qualcheduno, congetturare di qualche cosa; ma i dubbi e le congetture non bastano ad autorizzarmi a pensare, a credere, a ritenere...