Quest'armonia e questo profumo aleggiavano più eletti, più sublimi che mai intorno al cuore di Virginia di Castelletto.

La nobile e leggiadra figura di questa ragazza, appena è se l'abbiamo veduta finora attraversare come una luminosa apparizione le tenebrose e complicate vicende del nostro racconto che si esplicano traverso tutti gli strati sociali: tempo è che c'indugiamo alquanto intorno ad essa, la virtù e la grazia personificate, la quale con pochi compagni sta nella schiera dei nostri personaggi a rappresentare quella parte di eccelso e di divino che Dio volle concessa e frammista alle bassezze ed alle turpitudini della natura umana.

In mezzo alle grandezze ed agli splendori della sua condizione, Virginia non poteva dirsi essere stata fino allora felice, e alla sua leggiadra fronte non era sconosciuta la mestizia e sul suo leggiadrissimo labbro non era frequente il sorriso. Le era toccata una delle peggiori disgrazie che possano capitare in sui primi passi della vita. Orbata in età affatto infantile di ambidue i genitori, non aveva conosciuta mai la soavità delle carezze materne. Bene ricordava ella con ineffabile, intima tenerezza d'una leggiadra figura di donna che appassionatamente la stringeva bambina al suo seno, che la baciava con caldi baci e mormorando soavi parole ch'ella non aveva capito, di cui ella non ricordava manco una, ma delle quali pure il suono le era stato impresso come una dolce melodia nell'anima; ed impressi del paro erano stati in lei gli sguardi lunghi, amorosi, carezzevoli degli occhi miti, benigni ma sempre melanconici di quella donna; tanto melanconici che Virginia si ricordava come non di rado si stemprassero in pianto. Le avevano detto — glie lo dicevano tuttavia — che quella donna era stata sua madre; essa ciò sentiva in se medesima ed adorava quella memoria divotamente raccolta in cuor suo, come un segreto Dio in un segreto santuario. Poco diverso da ciò che avveniva a Maurilio (il quale però non aveva ricordo alcuno d'averla vista pur mai) il pensiero di sua madre rimaneva di continuo nella mente di Virginia, e intorno all'anima sua quasi sentiva ella incessante un influsso, un effluvio dell'anima della madre. Ma questo pensiero d'una morta aveva dato una gravità singolare alla giovinezza della sensitiva fanciulla, aveva circondata d'una nube di tristezza l'espansione dell'affetto in quell'anima ad ogni nobile sentimento dischiusa.

Talvolta, per fare in se stessa più concreta e precisa l'immagine della madre, ella si fermava a contemplarne il ritratto che pendeva nella sua camera in faccia al suo letto, e stava lungo tempo a scrutarne le dipinte fattezze, a tenere fissi i suoi vivi negli occhi immobili raffigurati in quella tela; ma la sua memoria, le sue intime permanenti impressioni contrastavano con quella realtà dipinta. Questa le rappresentava una giovine donna nello sfoggio della bellezza e dell'abbigliamento, il fior della salute nello incarnatino delle guancie, l'allegria festosa della gioventù negli occhi e nel sorriso; e invece l'immagine che Virginia adorava nel suo cuore era di donna sofferente e smunta nelle pallide guancie, d'una beltà fatta severa, ma forse anco maggiore, dallo stampo d'una profonda irrimediabile mestizia.

Ed era infatti così. Sopra la cuna di questa fanciulla nata in mezzo al fasto, alle ricchezze, ad ogni prestigio di titoli e di onori, si era incurvato il più vivo ed immenso dolore che animo di donna abbia potuto sopportar mai, tanto vivo, tanto grande che in vero la pover'anima che n'era stata oppressa aveva condotta ad immaturo uscir della vita terrena.

Lo zio di Virginia, accolta presso sè l'orfana fanciulla, avevala circondata non che di tutto l'amore, ma di tutta la tenerezza ond'era capace la sua anima d'uomo: ma quale eziandio fra le donne può sostituire una madre? Meno acconcia del marchese a codesto era ancora la zia, essere superbo, di arido cuore, la natia bontà (se pur c'era) guasta e soffocata da stupidi orgogli e da ostinati pregiudizi di casta. Virginia in presenza di questa donna sentiva la sua anima chiudersi ed una specie di gelo circondarla: quelle due creature troppo diverse stavano a contatto, ma non poteva aver luogo fra loro nessuna vera comunicazione; si parlavano, ma non erano fatte per intendersi.

Tutto ciò fece che Virginia, quando per le altre giovanette corre il tempo della maggiore espansione di quell'intimo essere che si viene svolgendo ed affermando, del pari che si viene formando il suo corporeo involucro, dovette invece recarsi sopra se stessa, racchiudere nel suo segreto e dibattere seco stessa le nuove impressioni della vita, affrontare colla sola sua ragione i problemi che già le si accennavano della sua esistenza di donna. Dalla mestizia del dolore materno pareva ella già aver ereditato la riflessiva gravità del suo riserbo temperata da seducentissima gentilezza; codesto suo concentrarsi di volontà, di sentimenti, di riflessioni e di affetti conferì a rafforzarne insieme la tempra dell'animo ed a dare alla sua giovinezza appena incominciata una inattesa maturanza.

Della storia di sua madre i congiunti non le avevano parlato mai; ed ella aveva trovato sempre nello zio, ogniqualvolta aveva tentato interrogarnelo, una risposta evasiva così fredda e improntata di tanta ripugnanza, che aveva perso affatto il coraggio di ritornare all'assalto; ma pur tuttavia, senza conoscerne alcun particolare (e pochi erano che conoscessero quella dolorosa storia, la famiglia Baldissero avendola gelosamente sottratta alla curiosità della gente) ella, per qualche lieve parola sorpresa, quasi direi per un segreto impulso di istinto figliale, per un'ispirazione che altri potrebbe chiamare seconda vista, aveva indovinato che quella di sua madre era la storia d'un infelice amore.

Amore! Questa parola, il cui senso racchiude un mondo, fu d'allora in poi quella intorno alla quale più si travagliassero nel segreto meditare la ragione, l'immaginativa e la riflessione insieme della virtuosa giovane. Del mondo aveva ella visto poco, ma aveva letto di molto e meditato più assai. La sua intelligenza più elevata, il suo cuore più ricco che non avvenga alla comune, erano fatti per comprendere ogni grandezza e quella tanto più dei nobili affetti. Il suo istinto muliebre, purificato, nobilitato, direi, dal sano ambiente della sua anima eletta, si converse in quello che il nostro maggior poeta chiama «intelletto d'amore» e ne fa una dote essenzialmente donnesca. Tutto l'esser suo era invasato d'amore, prima assai che a farlo concreto, a dargli corpo e sostanza sorgesse sull'orizzonte della sua anima l'immagine d'un uomo; il suo amore abbracciava tutto il creato, a lei ne parlava tutto l'universo; il Dio le si faceva sentire in un panteismo indefinito, prima che prendesse persona e s'affermasse nell'esclusivo affetto d'un solo.

Questo solo era stato Francesco Benda. Perchè lo aveva essa amato? Perchè alla sua anima avevano parlato il linguaggio delle più dolci cose e dei più nobili affetti le meste e gentili melodie del giovane compositore di musica, perchè le sembianze di lui avevano ai suoi occhi effettuato quell'ideale d'essere umano che nella fantasia ella era venutasi rappresentando come espressione della superiorità intellettiva, della bellezza morale e fisica dell'uomo. Non combattè la simpatia potente che volgeva la sua verso l'anima di lui; non contrastò a quell'influsso magnetico che attraeva i suoi occhi verso gli occhi di lui pieni d'adorazione, sulla fronte di lui sulla quale pareva risplendere insieme colla bellezza la sincerità e l'onore; non lottò contro quell'amore onde si sentì penetrare, e di subito, e tutta, e con autorità, quasi direi con violenza dolcissima: lo accettò come un naturalissimo e necessario risultamento dello svolgersi della sua personalità: amò santamente, di quel casto amor verginale onde sorridono lieti ed ammiranti gli angioli stessi del cielo.