Dopo un poco Virginia chiuse il suo album, si alzò ed attraversato lentamente il salotto ne uscì per ridursi nella sua camera. Aveva bisogno di esser sola affine di poter liberamente divisar seco stessa i tanti e sì varii suoi pensamenti. Non crediate già ch'ella disapprovasse le idee della zia e si attentasse pure a ribellarsi seco stessa contro la condanna così assolutamente data dalla marchesa di Baldissero, di ciò ch'ella chiamava una mésalliance; allevata in quel modo con cui si allevavano — e si allevano tuttavia — i figliuoli della nobiltà piemontese, ella, non ostante la superiorità della sua natura, non poteva a meno di attribuire ancor essa un valore di sostanza alla vanità delle distinzioni di casta; capiva che al suo matrimonio con un borghese la sua famiglia non avrebbe acconsentito, e non le dava torto, ed era così pronta a rassegnarsi, per quanto grande fosse il suo dolore, che, se anco per impossibile supposizione, i suoi l'avessero lasciata libera di fare a suo senno, ella non avrebbe osato stringer quel nodo. Il suo errore era stato di non aver pensato a ciò fin allora. L'amore l'aveva presa alla sprovveduta; o per dir più giusto l'amore l'aveva assalita con arma sì potente che quand'anche ella fosse stata in sull'avviso per opporgli subito, anche a tutta prima, l'insuperabile ostacolo di quella differenza di condizioni a cui non c'era rimedio, l'avrebbe vinta pur tuttavia. Uno sterminato, inesprimibile dolore la prese. Erale piombata addosso la certezza che l'amor suo non avrebbe corona di felice successo giammai! Pure non si propose tuttavia di combatterlo nel suo seno, di scancellarlo dal suo cuore; sentì che ciò era impossibile, lo credette anzi un delitto; si giurò di nasconderlo a tutti, ed a chi n'era l'oggetto il primo; ma sarebbe morta con quell'amore, con quel puro, quel santo, quell'unico amore nell'anima. Di lui ella non avrebbe potuto esser mai; e non sarebbe stata d'altri neppure. Le tornarono alla mente le parole della zia di poc'anzi, come una sua figlia piuttosto vorrebbe veder monaca che degradata in simil matrimonio; ebbene quella sarebbe la sua sorte: di nessun uomo a questo mondo; avrebbe ella seppellito nella pace di un chiostro il segreto del suo cuore.
Sua madre, pensava allora Virginia, aveva dovuto passare per le medesime angoscie, provare quei medesimi sentimenti. Ella si diceva che all'anima di sua madre doveva rassomigliare l'anima che soffriva in lei: che perciò come la stessa fase recata dagli avvenimenti, quell'anima santa e venerata aveva dovuto avere le medesime risoluzioni. Ma pure Aurora di Baldissero aveva data la mano di poi ad uno della sua casta, ad un amico di suo fratello, il conte di Castelletto, che era stato padre di lei, Virginia. Oh certo non aveva ciò fatto Aurora di sua libera scelta. Virginia aveva abbastanza inteso del carattere fiero e violento, della volontà ferma ed incrollabile dell'avolo per poter arguire che la misera Aurora, anche con un altro amore nel seno, avesse dovuto sottostare al comando di suo padre che le imponeva quel maritaggio. Quanto la ne avesse sofferto, lo diceva alla figliuola il ricordo che serbava tuttavia di quella pallida, smunta, addolorata figura che aveva veduto curvarsi e piangere sopra la sua culla, glie l'affermava la morte immatura che all'infelice aveva recata forse l'incomportabile martirio.
Ma di sè, Virginia si affermava con risolutezza che nessuno l'avrebbe potuta forzare a tanto sacrifizio; ella non aveva più il padre che colla possa della sua autorità valesse a costringervela; chi quest'autorità verso di lei rappresentava era lo zio, il quale troppo era amorevole per volerla a forza piegare a cosa che a lei recasse l'infelicità di tutta la sua vita, al quale, se mai codesto volesse tentare, ella avrebbe pure avuto il diritto e si sentiva il coraggio di resistere.
Come per distrarre i suoi pensieri. Virginia andò a sedersi al suo gravicembalo, e le mani agili e delicate corsero rapidamente sui tasti. Cominciò ella per alcuni accordi gravi e pieni di mestizia; poi di mezzo a questi ecco sorgere una dolce, dolce melodia espressa con affetto infinito, la quale pareva gemere e palpitare soavemente sulle corde commosse; era il canto della romanza di Francesco, il Crepuscolo. Questa dolcezza di suono parve dare una maggior tenerezza all'emozione dell'anima della fanciulla. Le sembrò che per essa lo spirito di Francesco parlasse direttamente al suo spirito, e le parlasse dell'amor suo, di quell'amore ch'ella aveva letto negli sguardi del giovane, e glie ne parlasse non col volgare linguaggio dell'eloquio umano, ma con quello sovraterreno, eccelso, purissimo delle incorporee intelligenze. E in questo angelico linguaggio ella credeva sentirsi a dire: «Noi saremo su questa terra divisi; ma oltre questo soggiorno di prove e di miserie avremo una splendida vita immortale di luce e d'amore nell'eterno azzurro della beatitudine infinita. Colà, dove non disgiunge più le anime sorelle barriera nessuna di umane istituzioni, potremo liberi assembrarci e confonderci nella suprema gioia d'un palpito comune in un santo legame indissolubile.»
Un immenso desiderio di questo sognato avvenire, una potente aspirazione a quella splendida, vagheggiata meraviglia d'ideale prese l'anima della fanciulla innamorata; le sue mani quasi inavvertitamente dalla melodia della romanza di Francesco passarono ad esprimere con inarrivabil potenza di passione quella sì dolce nella sua mestizia, così piena di sentimento nel vago delle sue note, così palpitante nel suo ritmo d'ogni tenero affetto, la quale va conosciuta sotto il nome di Dernière pensée de Weber. Era quella composizione musicale una delle predilette di Virginia. In essa trovavano in parte espressione e sfogo i tanti, indefiniti, inesprimibili a parole, complessi affetti e sentimenti dell'anima sua; per essa si elevavano al mondo superiore, al regno dell'ideale, al cielo, più dolci, più illuminate da un raggio di speranza, più consolate direi quasi le aspirazioni del suo cuore.
Ella ripetè parecchie volte al suo spirito la carezza di quelle melodiche frasi; e le parve che ne venisse circondata come da un più tepido ambiente soavissimo. La tenerezza dell'anima le inumidì un istante le ciglia; mentre sotto le sue dita che si muovevano ora lente, quasi stanche, moriva la melodia come un'eco lontana che si estingue con ultime leggere vibrazioni nell'aria, due lagrime le colavano giù silenziose per le belle guancie; ma due lagrime sole! Aveva ella troppo nobile orgoglio per concedersi, anche in faccia a sè stessa solamente, la debolezza del pianto: si asciugò bruscamente il viso, s'alzò risoluta, e colla sua faccia calma e serena tornò nel salotto. Nessuno avrebbe potuto indovinare in lei la crisi a cui era stata in preda l'anima sua.
Il contegno di Virginia verso Francesco non mutò dopo questo in nessun modo: la stessa graziosa urbanità che dinotava la stima, che non escludeva la simpatia, ma che non lasciava sperare, fuorchè forse ad un fatuo impertinente, nessun più prezioso sentimento. Ma talvolta, pur tuttavia, tradivano il segreto della ragazza gli sguardi suoi. Ella bene si riprometteva, quando avesse da incontrarsi in Francesco, di non fare a lui più attenzione che alla massa degl'indifferenti il meno del mondo: ma lo era questa una promessa più facile a farsi che a mantenersi. Per un misterioso istinto, di cui non si meraviglieranno tutti quelli che hanno amato, ella presentiva fin dapprima, dove, come e quando egli sarebbe comparso agli occhi suoi; e non vi stupirò di certo dicendovi che con assai più svogliatezza Virginia si recava in que' luoghi dove sapeva ch'egli non si sarebbe trovato. Non di rado ella aveva voluto mancare a quelle concorrenze dov'era certa che Francesco interverrebbe, ma pure non glie ne era bastata la forza. Perchè negarsi il solo bene che dall'amor suo potesse attingere: quello di vederlo? Di questo poco bene aveva bisogno l'anima sua. Tanto e tanto l'immagine di lui stava senza cessa presente al suo pensiero: e quella veduta immaginaria ne accresceva il desio come inasprisce la sete all'assetato il pensiero delle limpide sorgenti a cui non può accostare le labbra. Entrando in un luogo qualunque, ella sentiva tosto s'egli vi era o no, e se sì in qual punto preciso si trovasse; quando sopraggiungeva, senza volgersi a guardare, ella lo avvertiva, e tosto che gli azzurri occhi di Francesco erano fissati su di lei, Virginia sentiva penetrare in sè il loro sguardo come un caldo raggio. Allora non sempre poteva ella resistere all'intimo impulso del cuore; conveniva che di mezzo alle lunghe finissime ciglia, anche i suoi occhi saettassero a quella volta uno sguardo: le loro occhiate s'incontravano come due correnti elettriche e suscitavano un scintillio che vagamente illuminava di gioia e di amore i lor giovanili sembianti: era un ratto momento, ma era un momento di supremo diletto che arrestava il palpito del loro cuore, che sospendeva nel loro petto il respiro, che apriva alla loro mente con un fugace sbarbaglio tutto un paradiso di tenerezze ineffabili.
Dove si vedevano più sovente i due giovani si era al teatro; colà stesso dove il povero Maurilio accorreva per ammirare, nascosto umilmente dietro un pilastro del loggione, ignorato e palpitante, la divina bellezza di quella nobile ragazza, colà Virginia e Francesco scambiavano sguardi che erano nuovi e carissimi nodi al legame che avvinceva le anime loro. Egli sedeva abitualmente in una poltrona riservata di platea, e i suoi sguardi non avevano attenzione allo spettacolo della scena, nè al resto degli spettatori, ma soltanto per quel palchetto, dove appariva così modestamente sicura, così mite nella sua superba dignità, così leggiadra nel buon gusto del suo abbigliamento la giovane madamigella di Castelletto, alla quale Francesco volgeva, con quella frequenza che la convenienza permettesse, il suo omaggio di ammirazione, colle lucide lenti del suo cannocchiale. Quelle sere ambedue, partendosi dal teatro dove nella musica avevano sentito quasi confondersi gli spiriti loro, portavano seco un tesoro di segreti, inesprimibili affetti onde fatta era beata l'anima amante.
Povero Maurilio! Anch'egli, il più delle volte, in quelle sere medesime, rubandone i mezzi al suo scarso alimento, aveva comperato colla polizza d'entrata al loggione, il diritto di palpitare contemplando le belle sembianze della fanciulla adorata; anch'egli, quando il canto dell'opera fremeva in una melodia d'amore, e sopra il susurrio degli spettatori disattenti e chiacchieranti mandava sino a lui un'onda di passione, anch'egli sentiva tutto l'esser suo volare, precipitarsi con impeto ardentissimo, con tutta la forza d'una potentissima attrazione, verso l'anima di quella creatura di sublime bellezza, e volerla circondare in un abbraccio ideale del caldo effluvio dell'infuocato amor suo: di quell'amore, di cui ella ignorava ed avrebbe ignorato pur sempre fin l'esistenza!
Nel ballo in casa la sua amica la baronessa X, Virginia sapeva che avrebbe incontrato Francesco, e ciò desiderava ella quella sera più ch'ogni altra volta, perchè nella generosa bontà e giustizia dell'anima sua sentiva tutta, la gravità del torto che verso il giovane avvocato aveva il cugino Ettore, e parevale essere suo dovere eziandio di compensare alquanto l'oltraggiato con alcun suo maggior riguardo, con una parola più benevola, non fosse che con un atto, e perchè, inoltre, dopo ciò che era intravvenuto quel giorno, dopo i pericoli corsi dal giovane e le segrete ansietà ch'ella ne aveva provate, il bisogno di vederlo erasi nell'innamorata fanciulla notevolmente accresciuto.