Quando Virginia entrò nelle sale eleganti della baronessa e la sua beltà ci venne accolta dalla stipata folla degli invitati col più lusinghiero mormorio d'ammirazione, benchè il suo volto non esprimesse che la solita calma dignità ond'era per nuovo pregio adorna la sua tanta avvenenza, il cuore pur tuttavia le batteva più concitato. Quel presentimento ond'io parlai, le annunziava che quella sera sarebbe stata un avvenimento importantissimo nella storia dell'amor suo, e, senza saper menomamente quale, ella era persuasa che fra lei e Francesco qualche vicenda aveva da succedere, di cui gravi gli effetti nella loro sorte avvenire. Quel che decidesse il destino ella non voleva affrettare camminandogli incontro, ma non pensava neppure dovere sfuggire; aspettava gli eventi con animo franco, sicuro, valorosamente disposto alla sincerità come alla forza di adempir tutto ciò che credeva dover suo.

La prima persona ch'ella vide nel gran salone, in quel gran chiarore abbagliante che piovevano le mille facelle delle lumiere, fu la bella figura di Francesco Benda. Discorreva egli colla padrona di casa in una rispettosa famigliarità: il suo contegno era modesto con una sicurezza piena di cortesia, indizio d'un valor personale che non si ostenta, ma si conosce; quale si addice a chi non ha la superbia d'essere superiore altrui, ma sa che non è inferiore per animo a nessuno; egli portava con disinvolta semplicità il peso dell'avventura della giornata di cui era stato l'eroe, ed affrontava senza sfida come senza debolezza la curiosità susurrona della gente; si presentava coll'aspetto d'un uomo che in ogni caso voleva ed avrebbe saputo farsi rispettare.

Come Virginia tostamente vide lui, ed egli, al primo entrare della fanciulla, sentì la sua presenza e volse gli occhi a quella parte dove nello sfoggio meraviglioso della sua bellezza, ella si avanzava, come Dea dell'Olimpo circondata da un'aureola di luce. Non fu egli tanto padrone di sè che un leggier sussulto non gli scuotesse le membra, e un subito rossore non gli corresse alle guancie: ma chi ebbe a notare codesto potè supporre ne fosse cagione in lui la vista del suo nemico, il marchesino Ettore, il quale insieme col padre, colla madre e colla cugina si avanzava a quella volta, un sorriso un po' forzato sulle labbra, un'ironia contenuta nello sguardo.

La baronessa X, appena ebbe veduto fa famiglia di Baldissero, lasciò lì Francesco e le mosse all'incontro colle mostre della maggiore affettuosità.

CAPITOLO XVI.

Il marchese padre aveva ordinato, ed alla sua autorità paterna egli sapeva ottenere e conveniva dare obbedienza. Sua moglie e suo figlio avevano tentato invano le prove d'una opposizione: avevano dovuto acconsentire a che nella festa da ballo di quella sera il marchese si facesse presentare il giovane insultato da Ettore e glie ne desse col suo modo di trattarlo una riparazione, mentre Ettore medesimo avrebbe pronunciate alcune parole che, senza farlo esplicitamente, avrebbero contenuta una implicita ritrattazione, un rammarico di ciò ch'era successo. Codesto pareva al giovane marchese assai grave, troppo grave per lui, e mentre si sentiva costretto a curvarsi al comando del padre, dentro sè ne accresceva l'astiosa animosità contro Francesco e si riprometteva di ripagarsene su di lui alla prima occasione, e se quest'occasione avesse tardato, era egli ben risoluto a farla nascere quanto prima.

La marchesa da canto suo aveva protestato ed era decisa che nulla mai l'avrebbe indotta a dire una parola, a far pure un atto che potesse parere un abbassarsi verso quel borghesuccio che a suo senno aveva tutti i torti e che era una debolezza imperdonabile non trattare, come si meritava, con quel disprezzo che solo conveniva a questa razza di gente.

Nel vedere avanzarsi verso di lui quel gruppo di persone, fra cui la faccia ironica del suo nemico, Francesco, lasciato solo colà dove si trovava dalla baronessa, la quale era mossa di alcuni passi incontro ai nuovi arrivanti, si era ridrizzato di meglio della persona, aveva sollevato la sua fronte sincera e sicura ed aveva rivolta la faccia aperta e risoluta senza mostre di millanteria verso il marchesino, come per significare ch'egli era là pronto a qualsiasi evento, e che l'avrebbero trovato qual si sarebbe voluto, o accondiscendente ad una degna conciliazione, o fermo avversario deciso a rivendicare l'onor suo; ma i suoi occhi come potevano resistere alla malìa che li attraeva con tanta forza sui leggiadri lineamenti dell'amata fanciulla? Francesco, egli pure, da parte sua, aveva intima coscienza che infiniti ostacoli, quasi insuperabili, si opponevano al felice successo dell'amor suo; ma pure nell'audacia della sua giovinezza, nell'impeto della sua passione gli pareva sentire una forza a tutto superiore, tale che potrebbe e dovrebbe ogni difficoltà anche gravissima, vincere e soprammontare. Egli non ragionava più; amava ed avea bisogno di vedere l'oggetto amato: tutto il resto del mondo non riteneva più per lui che un interesse ed un valor secondario, subordinato e dipendente da quel primo, immenso, unico affetto suo. Il sublime, temerario, folle egoismo dell'amore, non gli lasciava scorger più nell'universo che la donna adorata e sè adorante, e gl'intimi trasporti dell'animo suo, e le sragionate speranze del suo cuore. Sperava. Che cosa? Non sapeva precisamente; ma un tanto amore, gli pareva un'impossibilità, una cosa assurda nella natura che avesse ad urtarsi contro un fato inesorabile. Era una forza cotanta, a suo senno, che doveva trionfare; aspettava dalla Provvidenza anche un miracolo per quest'effetto, ed anche a prezzo di non so qual cataclisma la natura e il Cielo avevano il debito di riunire quei due esseri, secondo il suo ambizioso platonismo, destinati ab eterno alla sublime immedesimazione dell'amore.

Il patrio affetto cui in esso avevano suscitato la virtù dell'indole e la generosità degl'istinti, avevano nutrito la buona direzione degli studi, la domestica frequenza con amici ardenti di patriottismo; il patrio affetto era dominato anch'esso dalla prepotente passione; aveva dato il nome all'arrischiata congiura a cui partecipavano gli amici suoi, senza più rendersi conto ben esatto della gravità della cosa, senza preciso desiderio e cognizione dello scopo, dicendosi in segreto, come ragione la più impellente, che la rivoluzione politica sarebbe stata a lui un ausiliario potentissimo per abbattere quelle barbarie contro cui si urtava nel suo slanciarsi verso la donna dell'amor suo. Mentre Mario Tiburzio traverso i disagi, i pericoli, le ansietà, i travagli d'ogni fatta della vita di congiurato, per mezzo il sangue e gli orrori d'una lotta disperatamente temeraria, proseguiva la sublime chimera d'una nuova patria libera e grande, d'una nuova Italia risorta a spander luce di civiltà e dare leggi di progresso pel mondo; mentre Romualdo e Selva, abbagliati ancor essi da questo sublime miraggio che l'emigrato romano faceva specchieggiare agli occhi della loro mente, lo seguivano animosamente senza alcuno interesse o proposito personale; mentre Gian-Luigi in un parossismo direi d'immensa ambiziosa cupidigia delle gioie del mondo voleva infrangere la società esistente per predarvi egli nello sfacelo onori, grandezze, fortune, primato; mentre Maurilio, più pensatore che uomo d'azione, sognava una graduale riforma che in maggior proporzione introducesse la giustizia nella distribuzione dei beni terreni e dei vantaggi sociali sì materiali che morali e intellettivi; Francesco Benda, egli, sarebbe camminato traverso le rovine e le fiamme del mondo intiero per arrivare al possesso di lei che amava.

Or dunque adesso ch'ella gli veniva innanzi nell'atmosfera di luce, di suoni e di profumi che era la festa da ballo della baronessa, il giovane amante beando della celestiale vista di lei gli occhi desiosi, non potè di botto a nulla pensare più che quella angelica creatura non fosse. Ogni espressione di fierezza e disdegno dal volto suo sparì: gli occhi suoi, le labbra, il tremar delle palpebre, l'impallidir delle guancie, si fusero, per così dire, in una ineffabil tenerezza che era tutto un omaggio d'amore.