Virginia vide questo sguardo, prese pel braccio suo cugino e lo trasse con sè in altra stanza; il marchese con un ultimo saluto aveva dato congedo a Francesco e si era volto a parlare con altri; la marchesa aveva affettato sempre di non prestare la menoma attenzione a quanto era successo ed aveva schivato d'incontrare co' suoi gli sguardi del giovane perchè egli non avesse da salutarla.

Francesco seguitò con uno sguardo desioso lo splendore della beltà di Virginia che si allontanava; e quando essa fu tolta alla sua vista, gli parve che a dispetto dell'abbagliante luce di quell'atmosfera, nell'animo suo si facessero le tenebre: il suono dell'allegra musica, il susurro delle conversazioni che avevano ripreso più animate dopo l'avvenuto incidente, il confuso rumore della festa gli erano fastidiosi quanto mai. Provava un tal complesso di sentimenti diversi e pugnaci, che un imperioso bisogno glie ne venne d'esser solo a seco stesso divisarli. Passò assorto in se stesso in mezzo al poco benigno riserbo degli uomini titolati che lo consideravan colà dentro un intruso e che parlavano senza troppa simpatia di lui e della scena avvenuta; passò indifferente ai più benigni sguardi del sesso gentile, presso cui patrocinavano eloquentemente in favore del giovane la non comune di lui bellezza, l'eleganza e l'abilità di danzatore. Attraversò le sale in cui si ballava, passò quelle da giuoco e di lettura, andò fino al fondo di quel vasto e signorile appartamento a ripararsi in un gabinetto affatto riposto, dove per sua fortuna non c'era anima viva.

Seguiamolo colà. Nella folla della festa durano tuttavia i parlari e i commenti sul fatto testè avvenuto e sulla persona del giovane borghese; e questi commenti non sono ispirati dalla maggior simpatia per lui. Trovano i più che il marchese di Baldissero è stato fin troppo generoso, ha avuto un'abbondanza soverchia di bontà e di condiscendenza per quel da nulla di cui non occorreva darsi altro pensiero: se non si fosse trattato d'un uomo di tanta autorità quale il marchese, ne avrebbero addirittura condannato il procedere, come una debolezza. Ma questi discorsi vanno via via perdendosi, come si perde un suono in mezzo a mille altri suoni, ancorchè per un momento abbia dominato sugli altri; e fra un quarto d'ora di codesto incidente non si parlerà più.

Non così presto invece ha da cessare l'incomposto, indefinito tumulto nell'animo di Francesco.

Quel gabinetto in cui s'è ridotto, è per le interposte stanze così segregato dal vivo della festa, che il rumore di questa appena vi giunge con qualche ondata più sonora dei ripieni dell'orchestra, come un'eco lontana. Qui si par passati in altro mondo, tanto diverso è l'ambiente; appetto all'abbagliante luce delle sale, il mite chiarore della lampada che pende dal soffitto travelata in un cestellino di fiori sembra un'oscurità; dopo l'afa, il frastuono e l'agitazione del luogo dove ferve le danza, qua vi par di trovare una fresca atmosfera, il silenzio e quasi la pace della solitudine. Francesco si buttò a sedere sopra un sofà ed appoggiando allo schienale il suo capo confuso, chiuse gli occhi e stette lì immobile, come se volesse assorbire e far penetrare in sè, a calmare l'interna agitazione dei pensieri e degli affetti, quella tranquillità onde qui era circondato.

Come gli aveva sorriso il potente zio di Virginia! Come gli aveva stretta la mano! Nel discorso di lui non c'erano soltanto parole, c'era la verità di un sentimento pieno di simpatia. Quella mano che gli era stata pôrta non poteva ella tirarlo su fino al livello di Virginia? Sì che poteva, purchè volesse. E perchè non avrebbe voluto? Egli avrebbe fatto di guisa che la stima e la benevolenza mostrategli dal marchese avrebbero dovuto radicarsi più profonde in lui e crescere più vigorose. Forza gliene avrebbe data e merito la immensità dell'amor suo. Gli venne a sorridere più abbacinante che mai la follia d'una speranza. Ma in mezzo alle vaghe immagini compiacentemente accarezzate dalla fantasia venne a far capolino più precisa di tutte la pallida, ostile figura di Ettore. Qui era l'ostacolo. Ebbene che importa? Francesco si sentiva tanto vigore da passarvi sopra, e delle folate di rabbia contro quel suo nemico venivano a suscitargli tratto tratto una smania di cimentarsi con esso e schiacciarlo. Ma predominavano gl'impulsi della tenerezza e dell'affetto. Lungo tempo e' cullò la sua fantasia colle più dolci visioni di un impossibile romanzo. Superiore ad ogni altro sentimento in lui traboccava l'amore non manifestato mai che cogli sguardi, non confidato ancora mai. Aveva bisogno di un'espansione: aprì gli occhi e vide in un angolo un pianoforte aperto, i cui tasti parevano fargli invito; si alzò dal sofà e venne a porsi sul sediolo innanzi alla tastiera.

Avvenne allora a lui quello che non molto tempo prima abbiamo visto essere avvenuto a Virginia sola nella sua stanza colla mente occupata dai più varii e combattuti pensieri: le sue mani cominciarono a correre sull'avorio de' tasti non guidate da un'idea, non mosse da una volontà precisa, ma frementi di contenuta passione, e suoni rotti ed incerti, accordi tormentati urtantisi in toni diversi sorsero, s'incrociarono, si susseguirono, si confusero insieme sotto le agili dita. Pareva che l'interno sentimento andasse cercando in mezzo a quel turbinio di note la sua giusta espressione, che suscitasse un caos di frasi armoniche affine di sceverarne poi per entro la creazione della melodia che gli convenisse; oppure che la soverchia foga delle idee molteplici che s'aggruppavano e si spingevano nella mente del suonatore impedisse l'uscita ad un concetto chiaro e preciso. Ma poscia questo tumulto venne via via calmandosi; nel caos cominciò ad informarsi, e spiccare la individualità della melodia, e questa, rivelandosi più e più ad ogni misura, apparve una mesta, tenera, soave che noi avremmo potuto riconoscere, quella medesima che si era sollevata come un conforto, come una rassegnazione, come un inno d'amore insieme, come una speranza eziandio dal pianoforte di Virginia: la dernière pensée de Weber.

Meraviglioso accordo di quelle due anime ad un medesimo affetto temperate! Di ambedue era la prediletta la dolcezza di quella melanconica melodia; per ambidue era essa la voce misteriosa e il simbolico linguaggio onde potevan dare espressione e sfogo al vago e sublime trasporto di interni indefinibili affetti, cui per tradurre e far manifesti è troppo grossolana la forma della nostra parola.

Francesco suonò sommessamente, per sè solo, ma con un'anima, con una efficacia, con una ispirazione, quali forse non aveva potuto aver mai. Ci mise, in quei suoni, tutto di sè: i tumulti del suo cuore, le dolcezze delle sue fantasticaggini, il fascino delle lusinghiere speranze. Sotto le sue mani le note palpitavano, fremevano, avevano la risuonanza della voce umana, erano sature di passione, componevano nel loro complesso una individualità, che, senza forme precise, pur si sarebbe fatta avvertire all'animo di chi ascoltasse, colla ineffabile simpatia d'un'accolta stupenda di sublimi sensi. Colle medesime note, secondo l'accento, quella melodia scambiava a volta a volta significazione ed effetti: era un soave inno d'amore, la eterna canzone della giovinezza eternamente rinnovantesi nel fecondo universo; era una preghiera, un trasporto, un'aspirazione al mondo superiore dello spirito, un salmo d'adorazione, un cantico di gioia purissima e grave, un indovinamento, una speranza d'un lucente mondo avvenire; era tutto quello che può concepire, immaginare, presentire di più sublime, la più nobile parte dell'intelletto umano.

Oh come in quell'istante il cuore amoroso del giovane si fondeva nella grandezza del suo affetto! Tutto si sentiva invasato dal nume. La sua ispirazione, il suo genio era amore. Chiusi gli occhi, egli vedeva starglisi dinanzi splendida, sorridente, pietosa, partecipante del divino trasporto della sua emozione, egli vedeva lei, Virginia, la donna dell'amor suo, dell'amore intimo, supremo, invariabile della sua vita; e intorno a lei, a quella pura bellezza, a quel capo di sì sublime aureola cinto, come altrettanti amorini facentile omaggio, come tutti i sospiri e i pensieri di lui che avessero preso corpo in luminose faville, danzavano le note della melodia sempre più dolce, sempre più commossa.