Era un'intima esaltazione di tutto l'esser suo nell'incomparabile affetto; mai non aveva egli amato cotanto, mai non aveva sentita in sè talmente la potenza dell'amor suo. Foss'ella stata presente, gli pareva che avrebbe avuto l'audacia di avvolgerla colle sue braccia; no, di caderle ai piedi, e dirle: «T'amo più che la vita dell'anima mia.» Il suo spirito nell'ineffabile trasporto avrebbe avuto l'autorità e la possa di afferrare con appassionato amplesso lo spirito di lei e trarlo seco per lieto consenso nell'Eden inesprimibile degli amorosi sogni, del completo abbandono di due anime in una tenerezza. La sua mente eccitata gli sembrò potesse dare all'intenso desiderio la forza di evocare viva e reale quell'angelica creatura, di cui nella fantasia i chiusi occhi suoi vedevano la immagine adorata. Tutte le potenze del suo animo si concentrarono nella tensione di uno sforzo di volontà che fu doloroso come l'angoscia del punto che precede la morte; il cuore sembrò presso a scoppiare, il cervello fu corso da pungenti fitte come se ferite da spille roventi, le tempia gli tenzonarono, provò una soffocazione, una scossa universale, un tremito in tutto l'essere. Una voce interna gli gridò: «Essa è qua.» Aprì gli occhi, balzò in sussulto, mandò un'esclamazione soffocata: una suprema gioia balenò dai suoi occhi. Il sortilegio della immensa passione aveva ottenuto il suo effetto miracoloso: l'evocazione era riuscita: gli stava dinanzi la divina fanciulla di cui l'immagine aveva egli fino allora vagheggiata nel suo cervello.
Virginia, come abbiam visto, aveva preso pel braccio suo cugino e condottolo seco in altra sala da quella in cui aveva avuto luogo l'abboccamento fra i Baldissero e Francesco; ella aveva capito che la cosa più urgente da farsi era togliere di presenza l'uno dell'altro i due avversarii, perchè troppo era facile che il menomo buffo d'un'occasione, fors'anco cercata, facesse levar la fiamma dell'ira mal sopita in Ettore, e probabilmente in tuttedue. La fanciulla capì eziandio che a lei non toccava parlar più in nessun modo di quello che era intravvenuto, e pure era suo vivo desiderio e suo scopo chiarirsi delle disposizioni d'animo del cugino ed esercitare ogni suo possibile influsso su di lui per dissuaderlo da violenti partiti.
— Vuoi tu che danziamo questa contraddanza per cui già le coppie si mettono a posto? domandò Ettore.
— Danziamola pure: rispose Virginia che pareva cercare un'ispirazione contemplando il mazzolino di fiori tenuto dalla sua piccola mano.
Presero posto nel salone ed aspettarono che la musica desse loro cenno e misura alla danza. Ettore faceva scorrere il suo sguardo armato dell'occhialetto inforcato sul naso sulle beltà più o meno artifiziate delle dame presenti: Virginia continuava a mirare le viole mammole e le camelie bianche del suo mazzo; non sapevano che cosa dirsi e pareva che ciascuno cercasse un argomento di discorso che non potesse trovare.
Fu Ettore che ruppe il silenzio.
— Guarda che faccia preoccupata ed inquieta è quella della Staffarda: diss'egli inchinandosi innanzi alla sua compagna nella classica riverenza che incomincia ogni contraddanza; è quello un volto da portare ad una festa da ballo?
Si volse dall'altra parte a ripetere l'inchino alla dama che aveva alla sua sinistra.
— Povera Candida! disse Virginia, quand'ebbe fatto a sua volta le usuali riverenze: e' pare che abbia di molti dispiaceri.
— Bah! non compatirla, Virginia, ch'ella non merita cotanto beneficio qual'è la tua pietà.