Quando fu in quella che precedeva il gabinetto dov'era il pianoforte, udì venirle intorno carezzevole e soave l'onda armonica di quella composizione che sappiamo a lei pure dilettissima, la dernière pensée de Weber. Ristette; sentì farsi frequente il palpito del cuore; un tremito interno le tolse ogni forza, si appoggiò ad un mobile e stette ad ascoltare, afferrando, per così dire, con avido desio quei suoni con tanta passione eccitati, che le parlavano all'anima. Senza la menoma esitazione ella seppe chi era che parlava in quel modo, con quelle appassionate note a lei tanto dilette, quell'arcano linguaggio. Non poteva essere che lui. Un altro poteva egli sentir di quella guisa, comprendere così bene l'intimo pensiero di quella melodia quale aveva essa stessa compreso, pensare pur solamente a suonare allora in tal luogo sì mesta effusione d'affetti?

Era lui, solo di certo, lì vicino, non disgiunto da essa che di pochi passi, che per l'arazzo d'una portiera: era egli di cui l'anima e il pensiero volavano con que' suoni verso di lei; Virginia non ne aveva dubbio nessuno: ella sentiva quasi, intorno a sè, come un fluido lieve, lo spirito dell'amante; ella si lasciava penetrare da que' suoni con un'ineffabile tenerezza che metteva sulla beltà de' suoi tratti un mite splendore di paradisiaca gioia. Che doveva ella fare? Oh allontanarsi per certo, e tosto, fuggire meglio che ritrarsi: se lo disse, lo volle, ma rimase. Un fascino irresistibile l'attraeva. Come una potenza magnetica quell'onda musicale l'avvolgeva, la compenetrava, tutta la dominava... La portiera fu sollevata adagio adagio senza rumore: un'ombra scivolò lieve lieve sopra il tappeto; uno splendor di bellezza illuminò l'ambiente di quel solitario stanzino. Francesco allora ebbe la scossa profonda che ho detto: aprì gli occhi, si vide innanzi l'angiolo de' suoi sogni, tese verso la sublime apparizione le mani supplicanti e con voce che veniva dal cuore, pronunziò in un grido di gioia supremo, inesprimibile, una parola che per lui conteneva un mondo.

— Virginia!

CAPITOLO XVII.

Francesco s'era drizzato in piedi, ma tremava in tutte le membra; una emozione potente lo aveva assalito cui non poteva padroneggiare; era diventato pallido come un cadavere. Virginia era pallida ancor essa, e di lei pure vibravano i nervi in un tremito intimo, indefinibile.

Stettero un minuto l'uno in faccia all'altra, immobili, muti: egli si sorreggeva al pianoforte presso cui s'era levato, essa alla spalliera d'una poltrona che le si trovò dappresso; non potevano parlare, non sapevano che cosa dire, ma si guardavano, ed una fiamma ardente e divina correva fra le loro pupille. Fu un minuto solo, ma un minuto che contenne per essi un infinito, mille dolcezze che erano insieme uno spasimo, una stretta al cuore che era pure nella sua acutezza un diletto. Le corde del cembalo vibravano ancora per gli ultimi colpi che aveva percossi sui tasti la mano di Francesco.

Quei loro sguardi dicevano di molto; molto eziandio aveva detto quel grido che era scoppiato dal cuore di lui nei vedersi innanzi di subito la invocata fanciulla su cui con tanta forza di volere e di desio erano concentrati i suoi pensieri. L'amore aveva rinfiammate ad un modo le anime loro in un accesso della sconfinata passione, ed aveva poscia postele a contatto, messele di fronte, mentre doveva a forza da esse traboccare l'imperioso, divino, ineffabile sentimento che tutte le possedeva. Quali due corpi saturi di elettricità diversa che si attraggono e si precipitano l'uno verso l'altro, come fra loro non sarebbe corsa la meravigliosa scintilla ad accomunare, assembrare, fondere in un rapimento di amore gli animi, gli spiriti, l'intiero essere?

Al pallor primiero successe sulle guancie di Virginia un rossore che, lieve dapprima, venne via via accrescendosi; per consenso, anche in Francesco il sangue, che pareva concentrato intorno al cuore quasi soffocandolo, salì pure alla testa e gli pose le fiamme alla faccia; ella chinò lentamente i suoi occhi, immobile sempre a quel posto; egli eziandio chinò i suoi; un impaccio, ma non fastidioso, anzi invece pieno di diletto, li faceva timidi di quella cara timidità cui dà anche all'uomo il più risoluto un vero amore. Avevano troppe cose da dire e temevano che la loro parola dicesse troppo per disserrare le labbra; ma lo stesso loro silenzio e il contegno parlavano. Si ascoltavano a vivere, per dir così, con una specie di sacro raccoglimento e di meraviglia, in quella crisi della loro vita intima; pareva che stessero lì a sentire avidamente a battere il proprio cuore e quello del compagno a vicenda.

Fu ella che comprese la prima come quel silenzio dovesse troncarsi; fece uno sforzo, s'avanzò di due passi verso il pianoforte a cui si sorreggeva Francesco, volle dire, con tono indifferente, indifferenti parole, e così cominciò:

— Ella dunque ama di molto eziandio quella mia carissima dernière pensée?