La fanciulla tese vivamente la mano.

— Le proibisco di morire: diss'ella con accento che nessuna parola può descrivere: d'un altro non sarò mai!

Francesco prese quella mano e la baciò con passione. Era come il suggello d'un patto solenne stretto fra di loro. A quel punto un leggier fruscìo fu udito alla soglia; i due amanti si volsero e videro dritto colà, che colla mano scartava l'arazzo della portiera per entrare, il marchesino Ettore.

Francesco e Virginia si allontanarono vivamente l'uno dall'altra; ella chinò gli occhi a terra e stette immobile; un lieve rossore accennò dapprima volere apparire sulle sue guancie, ma con uno sforzo sopra se stessa, ella comandò al sangue di restare. Sentiva di non aver nulla onde arrossire e non voleva che alcuno potesse vedere in lei la mostra pure di simil debolezza o di confusione; e tanto meno suo cugino. Questi si avanzò lentamente, facendo correre dal volto dell'uno a quello dell'altra uno sguardo ironico, provocatore, più tristo ancora del perfido sogghigno che piegava le sue labbra assottigliate dall'interna bile repressa. Nei sentimenti di Francesco non vi fu esitazione di sorta. Innanzi alla provocazione superba di quello scherno, egli sentì una subita ira vivace. Quella barriera di cui aveva fatto cenno Virginia, ecco che ora gli si drizzava, per così dire, dinanzi, incarnata nello sprezzante orgoglio del suo oltraggiatore; già poco fa, da solo, nell'abbandono de' suoi sogni dilettosi, Francesco aveva visto nella sua mente sorgere contro la speranza di cui pure gli balenava all'animo alcuna lusinga, la immagine detestata del marchesino, ed ora ecco che questa figura gli si presentava viva e reale, interruttrice del più venturoso ed importante momento che nella sua vita avesse passato ancora mai, impertinente, sfidatrice, maligna. Se la presenza di Virginia non gli avesse posto freno, egli si sarebbe lanciato contro di Ettore, gettandogli alla faccia alcune di quelle parole che vogliono il sangue d'un uomo. Per lo sforzo che fece su se medesimo a reprimere il subito impulso dell'ira, Francesco impallidì: il suo sguardo si incontrò con quello del cugino di Virginia, proprio come fanno due lame incrociandosi in un duello mortale di due nemici. Per un momento fuvvi un silenzio minaccioso, quasi solenne. Si udì allora giungere fino a quel luogo, travelato dalla distanza, il suono allegro della musica del ballo.

— E che vuol dire codesto? cominciò di poi con tono beffardo Ettore fissando il suo sguardo investigatore sulle palpebre abbassate di Virginia; mentre altri ti crederebbe trasportata dal capogiro del valtz, tu sei qui tranquillamente, lontana dal rumore, a...

Si arrestò; Virginia che sentiva lo sguardo di Ettore sopra di sè, levò le ciglia e fissò in volto il cugino coi suoi grandi occhi limpidi, sicuri, superbamente sereni; egli riprese:

— A discorrere tranquillamente col signore.

L'accento con cui fu pronunciata la parola «signore», il moto leggiero del capo per cui Ettore accennò Francesco erano così pieni di disprezzo che Benda se ne sentì fremere il sangue.

— Affè, continuava col tono medesimo il marchesino, che questo è proprio un perdere il tempo.

Il giovane borghese fece un piccolo passo innanzi e parve sul punto di parlare; Virginia s'intromise, ricorrendo al mezzo medesimo che aveva usato poc'anzi, quello di condur via suo cugino.