Suonavano appena le sei mattutine del dì susseguente quando un uomo di alta statura, ben bene imbacuccato nel suo mantello, usciva dalla locanda di Europa ed attraversando dritto innanzi a sè la piazza detta del Castello dirigevasi verso il Palazzo Reale. L'oscurità della notte era piena tuttavia; e una folta nebbia occupava la piazza; aveva cessato di nevicare, ma la neve caduta nella giornata e nella sera precedente copriva tutto il suolo d'un bianco lenzuolo che mandava un certo albore sotto il grigio cupo di quella nebbia bassa; traverso questa parevano chiazze di luce sanguigna i pochi lampioni accesi, e in fondo, agli occhi del nostro mattinale passeggiero, pioveva una viva luce dai finestroni del Palazzo Reale già tutto desto ed illuminato.

Il personaggio, uscito della locanda, passò innanzi al soldato in sentinella che batteva i piedi e camminava affrettato su e giù alla cancellata della piazzetta affine di combattere l'intirizzimento di gelo onde lo minacciava l'aria ghiaccia di quell'ora mattutina, s'avanzò di buon passo ancor egli verso il portone del palazzo e s'intromise in esso per lo sportello aperto. Non si fermò nè innanzi all'altra sentinella che sotto l'andito dava le volte ancor essa con andatura sollecita, nè dal portinaio, la cui grossa persona già vestita della montura gallonata del suo grado ed adorna dell'imponente e largo budriere della sua spada innocente appariva traverso i vetri dell'uscio del suo camerino, mentre egli si scaldava seduto presso ad un largo braciere; continuò senza la menoma esitazione fino all'estremità dell'atrio, volse a sinistra ed imboccato lo scalone salì e penetrò tranquillamente nel grandioso primo scalone dove stanno le guardie del palazzo, detto volgarmente il salone degli Svizzeri.

L'abitudine di re Carlo Alberto di dare udienze particolari a quell'ora mattutina era così ordinaria, che nessuno si stupì della venuta di questo personaggio e lo arrestò per domandargliene spiegazione. Giunto nel caldo ambiente del salone degli Svizzeri quell'uomo trasse giù dalla faccia la falda del mantello onde si copriva e si tolse di testa il cappello. Apparve la sua una fisonomia geniale che aveva qualche cosa insieme di fiero e di sorridente, una figura marziale e gentile, un piglio tra la franchezza militare e la grazia dell'uomo elegante di salotto.

Alcuni valletti che sedevano sopra una panca presso all'uscio che mette alle stanze interne si alzarono, ed uno di essi venne incontro al nuovo entrato e prese il mantello che il visitatore si levò dalle spalle.

— Sono il cavaliere Massimo d'Azeglio: disse il nostro personaggio; ed ho un'udienza da S. M.

Il valletto s'inchinò senza parlare, depose il mantello ripiegato sulla panca dove sedeva poc'anzi e facendo all'Azeglio un cenno che era un invito a seguitarlo, lo precedette nell'appartamento. Passarono la sala delle guardie del Corpo; in quella che seguiva trovarono un uomo vestito di nero a cui il valletto disse poche sommesse parole, e poi si ritirò. L'uomo vestito di nero fece un grande inchino al nuovo venuto e gli disse con molta urbanità:

— Vado ad annunziarla allo scudiere di servizio, signor cavaliere.

E sparì dietro la portiera dell'uscio che si trovava in faccia a quello per cui l'Azeglio era entrato.

Non passarono due minuti che la cappa nera tornò.

— Si compiaccia passare: disse alzando la portiera ed inchinandosi.