Massimo entrò in quella che si chiama anticamera di parata.
— Il signor scudiere verrà ad introdurla: soggiunse la cappa nera, e, fatto un altro inchino, ritornò nella sala precedente.
L'Azeglio rimase solo ad aspettare. Al momento di quell'importante udienza, che era stata un'audacia il domandare, per venire a dir cose al re che era forse una temerità il fargli sentire; al momento di comparire innanzi a quella sfinge coronata colla pretesa di penetrarne il mistero, Massimo confessa egli stesso ne' suoi Ricordi che il cuore gli batteva.
Dal colloquio che stava per aver luogo dipendevano tante cose! Quello poteva essere un punto solenne per la storia del Piemonte e d'Italia, un istante decisivo per quella stirpe principesca la quale, venuta da oltremonti, erasi fatta italiana, da Amedeo VIII in poi, di sangue, di spiriti e di ambizioni; una politica dinastica di quattro secoli, poteva ora conchiudersi colle aspirazioni di pari durata di una nazione oppressa. Tutto stava in ciò che il Re avesse l'intelligenza di capire i tempi e il coraggio di agire a seconda.
Massimo d'Azeglio non ebbe da aspettar lungo tempo; vide aprirsi un uscio e lo scudiere, presentandosi sulla soglia gli fe' cenno di entrare. L'autore di Ettore Fieramosca entrò solo, e lo scudiere passato nell'anticamera richiuse la porta dietro le spalle di lui. Il Re ed il cavaliere si trovarono a fronte.
Erano press'a poco della medesima alta statura, il corpo spigliato, la mossa elegante; ambidue portavano la testa un po' reclinata, come se loro fosse un peso, tenevano curvo alquanto il petto, come se l'interna vigorìa a reggere la lunga persona cominciasse a venir meno; più curvo il Re, il quale era più inoltrato negli anni, più macerato dai dolori della vita. I due personaggi si guardarono un istante, come per esaminarsi a vicenda; alla luce giallognola dei candelabri accesi la pallidezza di Carlo Alberto pareva più cadaverica, più scuro e più velato lo sguardo delle sue occhiaie infossate; ma sulle sue labbra senza colore, sotto i suoi folti baffi neri che facevano strano contrasto colla bianchezza precoce de' suoi capelli rasi all'usanza militare, aleggiava quel certo misterioso sorriso tra benigno, tra incerto, tra mesto e superbo. Massimo d'Azeglio si avanzò colla cavalleresca franchezza che gli era naturale, congiunta a tutto il rispetto che potesse pretendere il grado di chi gli stava dinanzi, e fece un riverente inchino. Carlo Alberto rispose con un grazioso cenno del capo, senza parlare, e recatosi alla finestra entrò nel gran vano della medesima, dove stavano allogati due sgabelli uno per parte; fece un segno all'Azeglio perchè si accostasse e sedutosi sopra uno di quei seggiòli del finestrone accennò al visitatore gli si ponesse in faccia. Massimo obbedì sollecito.
Nessuno dei due aveva ancora parlato. Il Re fece scorrere il suo sguardo nell'oscurità della piazza che si stendeva loro dinanzi, poi lentamente lo ricondusse sul volto di chi gli sedeva in prospetto. La sua faccia abitualmente severa aveva presa una espressione benevola, quasi affettuosa, dolcissima era diventata la sua guardatura, e con tono di voce affatto simpatico, con amorevole e famigliare accento incominciò a dire:
— Ecco assai tempo, cavaliere, che non ci siamo più visti.... Già Ella non è quasi più stata in Piemonte.... E quasi vorrei dirle che non istà bene trascurare così il suo paese e noi che la amiamo.
Massimo sentiva un vero fascino esercitarsi su di lui dalla parola, dai modi, dallo sguardo del suo augusto interlocutore: il naturale e primo impulso della sua anima in presenza di quel re così dignitosamente famigliare, era quello d'una compiuta fiducia; ma le oscillazioni della sua politica, la gravità degl'interessi che egli era venuto colà a rappresentare innanzi al sovrano, la responsabilità che pesava su di lui, come mandatario quasi di tutto il partito liberale, la delicatezza e difficoltà del suo còmpito, che in fin dei conti si riduceva a formolare a Carlo Alberto, re assoluto e creduto ghiottissimo d'autocrazia, in forma meno aspra e ricisa, ma colla medesima franchezza e coi medesimi effetti quel dilemma che più tardi Daniele Manin doveva affacciare a Vittorio Emanuele II, re costituzionale e in fama di umori liberali: tutto questo imponeva all'Azeglio una gran cautela su sè medesimo, sulle sue impressioni, sulle sue parole, quasi una diffidenza, un obbligo di resistere alla seduzione di quelle regali maniere.
— Ah non creda, Maestà, diss'egli, che io trascuri e possa trascurar mai il mio caro paese e la devozione al mio sovrano.