Carlo Alberto fece un grazioso cenno del capo, come per significare che di codesto era egli agevolmente e pienamente persuaso; poi, come se volesse protrarre d'alquanto l'entrare in materia di quel discorso che sapeva bene essere l'oggetto e lo scopo di quell'abboccamento, s'informò delle cose particolari di Massimo con una cortesia benevola che era tutta sua e che gli guadagnava l'anima di colui col quale parlava. Dopo varie interrogazioni venne fuori questa:

— Ed ora di dove viene?

Massimo vide tosto che quello era il filo al quale poteva appiccare tutto il suo discorso; non se lo lasciò sfuggire, e così cominciò a parlare:

— Maestà, sono stato a girare città per città una gran parte d'Italia, e se ho domandato d'essere ammesso alla sua presenza, è appunto perchè, se la M. V. lo volesse permettere, amerei di farle conoscere lo stato presente d'Italia, quello che ho veduto ed udito parlando con uomini d'ogni paese e d'ogni condizione relativamente alle questioni politiche.

Carlo Alberto, contro suo costume, non esitò un momentino, e subitamente, con una certa premura, rispose:

— Dica pure: mi farà anzi piacere.

Massimo d'Azeglio, raccolse in breve la dolorosissima storia degli infelici moti liberali in Italia dal 14 in poi. Quelle folli ed impossibili imprese, fonti di sì triste conseguenze, erano pur tuttavia un effetto quasi inevitabile delle condizioni in cui era tenuta la patria nostra. Si soffriva dappertutto e l'estremo dei mali spingeva all'estremo rimedio della disperazione. Intanto ciò non faceva che crescere il malessere dei popoli, e dando ragione al prepotere sempre più dell'influenza straniera, se rincrudiva la schiavitù de' cittadini, doveva eziandio umiliare la dignità e l'indipendenza de' principi. Gl'Italiani più assennati mentre avevano capito la fatale inefficacia delle congiure e delle rivolte, non sapevano poi persuadersi come i regnanti della penisola non sentissero di loro onore e di loro decoro ad essere, invece che commissari per l'Austria, liberi e indipendenti reggitori sui loro troni, epperò d'accordo coi loro popoli contro lo straniero. Chi aveva mostrato sempre più sentimento della propria dignità regale e coraggio d'indipendenza era in Italia la stirpe di Savoia; il paese dove fosse unicamente un po' di forza militare era il Piemonte; pensavasi adunque da molti dei liberali che il Re Sabaudo e il Regno Subalpino potessero farsi centro, ispiratori e guida del nuovo partito nazionale, che senza imprudenze, colla forza della verità e della giustizia, potrebbe, non più nell'ombre d'una setta, non più coi tenebrosi raggiri delle congiure, ma apertamente, alla luce del giorno, anche in faccia alla diplomazia, patrocinare la causa e sostenere i diritti d'una terra e d'un popolo conculcati. Ma questa parte generosa, e quasi disse doverosa, la monarchia piemontese doveva assumerla volonterosa, coraggiosamente e sollecita, perchè urgevano le cose, perchè conveniva nell'animo di molti vincere delle diffidenze, perchè codesto soltanto avrebbe disarmato il partito eccessivo, a cui in disperazione di causa avrebbero finito per gettarsi in braccio anche i moderati.

Carlo Alberto teneva la faccia rivolta verso la piazza, immobile, freddo, in apparenza incommosso nel suo atteggio; i suoi occhi parevano fissare con attenzione l'oscillare della luce sanguigna de' lampioni traverso la nebbia. Chi sa quali immagini apparivano e passavano in quell'istante innanzi alla mente dell'antico congiurato del ventuno, dell'eroe del Trocadero, di colui che doveva essere fra pochi anni il vinto di Novara e il martire d'Oporto!... Chi sa se in mezzo a quella nebbia, nell'oscurità di quella fredda mattinata d'inverno non vide egli agitarsi le battaglie che doveva combattere col suo esercito, cura ed amore di tanti suoi anni, non vide sopra quello scombuiamento di sanguinose lotte, aprirsi la nube ed apparirgli in profetica visione, ahi troppo fallace, l'angelo della vittoria recandogli in un raggio di luce, per posarla sul suo fronte pensoso, quella corona di ferro cui non doveva afferrare che tanti anni di poi, suo figlio, il vinto della seconda Custoza!

Ad una parola che Massimo d'Azeglio pronunziò fugacemente, quasi sommesso, come se gli ardesse le labbra passando; alla parola diffidenza, non un muscolo della faccia nè del corpo si riscosse nel Re; ma una lieve nube gli passò sulla fronte. Quando il suo interlocutore fece una pausa nel discorso, Carlo Alberto volse lentamente verso di lui la persona ed il viso, e guardandolo con occhio più vivo e più penetrante che non avesse ancora fatto, disse con accento fermo e posato:

— Ella ha già udito altra volta da me come questa pesante clamide di sovrano non abbia nel mio cuore distrutto le aspirazioni e gli affetti del cittadino; discendente d'una stirpe di principi che non ha mai lasciato intaccare il suo onore nè il suo decoro (e sollevò nobilmente la sua vasta, pallida fronte), io son pronto ad ogni impresa per mantenere intatto contro chiunque, il lustro della mia corona; ma questo medesimo non vorrei porre a cimento patteggiando, quasi alleando la causa del monarcato colle ardenti e feroci passioni che, anelando alla rovina d'ogni ordine stabilito, sobbollono in seno del popolo italiano sotto colore di patriotismo. I principi d'Italia hanno sì ostacolo innanzi a loro il predominio straniero, ma hanno pure minaccia alle loro spalle i pugnali dei settarii e le congiure dei repubblicani. Qui stesso, nel mio Piemonte, serpeggia l'infausto germe e tenta audaci fatti: lo so... Ed Ella, signor cavaliere, lo ignora forse?