E lasciato lì il compagno, Tiburzio si diresse di passo affrettato verso la elegante dimora del dottor Quercia.
Questi non c'era, e il mariuolo che gli serviva da domestico non seppe dire a Mario quando sarebbe tornato; l'emigrato romano passò parecchie volte e sempre n'ebbe la medesima risposta, e perciò finì egli per lasciare al domestico una sua cartolina da visita, raccomandandogli pressantemente di dire al padrone appena rientrasse che l'individuo il cui nome era scritto su quella polizza (era il nome supposto di Bigonci) aveva urgentissimo bisogno di parlargli, e lo aspettava perciò tutta la giornata in quel luogo ch'egli sapeva.
Ma, per isventura, Quercia quel dì aveva tutto occupato il suo tempo, così che non rientrava nel quartiere che era la sua abitazione ufficiale, fuorchè a notte inoltrata; e siccome le occupazioni ch'egli ebbe interessano appunto la nostra storia, lasciate che lo seguiamo passo passo in quella fatale giornata.
CAPITOLO XX.
Erano appena le nove e mezza, quando Francesco Benda si presentava alla dimora del sedicente dottor Luigi Quercia, chiedendo con molta istanza parlargli. Il domestico rispondeva che il padrone, rientrato a casa ad ora tardissima, dormiva tuttavia della grossa; e chi volesse vederlo doveva aver pazienza e rifar la strada verso mezzogiorno, chè prima d'allora era più che difficile ei si svegliasse.
Francesco insistette. Egli disse dover parlare al dottore di cose molto di premura, e perciò pregava il domestico andasse coraggiosamente a svegliare il padrone, chè quest'esso, udito ciò di che si trattava, ne sarebbe stato, anzi che corrucciato, contento; e questa sua affermazione appoggiò coll'efficace prova di uno scudo che fece sgusciare nella mano del servo. Questi fu convinto all'evidenza dell'argomento, si curvò nelle spalle, e penetrò con coraggio da eroe nell'ancor fitta oscurità della camera da letto di Gian-Luigi.
Il capo della cocca era diffatti immerso nel più profondo e pacifico sonno che possa avere la meglio virtuosa innocenza. La sua attiva e concitata giovinezza, le cui forze egli non risparmiava punto in nessuna parte, aveva bisogno del riposo riparatore del sonno, e la sua robusta natura glie lo concedeva a dispetto delle passioni e delle ansietà dell'animo, dei conati e dei tormenti dello spirito.
All'entrargli del domestico in istanza Gian-Luigi non si svegliò. Il servitore socchiuse alquanto le imposte della finestra e fece penetrare colà dentro un po' di luce: apparve sopra la bianchezza dei cuscini la faccia giovenilmente rosea del medichino colla sua aureola di folti e finissimi capelli neri. Così leggiadra veduta era quella, che lo stesso infimo mariuolo che sosteneva la parte di domestico in quella sanguinosa commedia, stette sovraccolto e quasi ammirato a contemplarla. Placida era la fisonomia del dormente, ed un'ombra di sorriso, anzi, disegnavasi sulle labbra di lui vividamente rosse, come se graziose e seducenti immagini venissero ad allietargli i sogni in voluttuose visioni; ma di quando in quando eziandio, ad un tratto, con brusco passaggio, una nube scura invadeva quella faccia, una contrazione di muscoli cancellava quel sorriso ed atteggiava invece ad espressione minacciosa le labbra, un corrugamento di sopracciglia faceva accennarsi quella sua ruga caratteristica sul fronte, indizio del ribollirgli nell'interno le sue feroci passioni.
Un artista avrebbe contemplato a lungo quella sì speciale e leggiadra figura ricca di sì complesse espressioni e di sì originale individualità; ma il domestico che non era artista, non ispese molto tempo in siffatta contemplazione, ed accostandosi all'addormentato, gli pose abbastanza pesantemente una mano sulla spalla.
Gian-Luigi si destò in sussulto; di balzo fu seduto sul letto, gli occhi larghi e sfavillanti, terribile di minaccia l'aspetto, impugnata colla destra una pistola che teneva costantemente sotto il guanciale.