— No, mio caro, vi prego che facciamo precisamente l'opposto.
Quercia rispose con un cenno di gentile accondiscendenza, che significava non voler egli contraddire al desiderio del suo visitatore. Francesco trasse il suo portafogli di tasca, e levatone la cartolina della contessa di Staffarda, la porse a Gian-Luigi.
— Questo fogliolino fui richiesto di consegnare nelle vostre mani prima delle dieci di questa mattina.
Luigi non domandò da chi quel biglietto gli fosse mandato, ned altro; solamente guardò bene in viso colui che glielo porgeva, mentre tirando lentamente fuori della coltri la destra lo pigliava con mossa sbadata e indifferente.
— Mi permetterete dunque che io lo legga subito: diss'egli col tono d'un gentiluomo, levando via la spilla che ne teneva riuniti i lembi ripiegati.
Benda fece un atto di premuroso acconsentimento; e Quercia lesse le parole seguenti:
«L. mi ha domandato dei diamanti: bisogna che abbia qualche sospetto: vuole assolutamente vederli. Bisogna che ci parliamo. Alle undici di mattina aspettatemi nella palazzina.»
Alla lettura di questo biglietto Gian-Luigi provò una viva contrarietà; ma non lasciò scorgerne traccia nessuna.
— Il diavolo si porti quel noioso d'un conte! pensò egli fra sè. Ci andava ancora codesta seccatura a rompermi le tasche. Eh sì che non so davvero come la si abbia da accomodare!
Ripose tranquillamente la carta sotto il cuscino, e disse a Francesco col più sereno sorriso: