Gian-Luigi, partita la contessa, fece più franco quel sorriso che aveva appena abbozzato in presenza di lei.

— Il ballo di Corte! diss'egli. Spero bene che non ci sarà più nè ballo nè Corte.

Salì poscia nel suo legnetto che aveva fatto aspettare e corse dal gioielliere.

Erano appena le undici, quando Gian-Luigi in faccia all'elegante bottega del signor X scendeva di carrozza, e tutta la probabilità era che il conte di Staffarda non fosse a quell'ora nemmeno alzatosi di letto, altro che già uscito di casa e giunto a quel luogo. Ma ciò che pareva improbabile era invece il vero. La prima persona che Gian-Luigi vide nel metter piede in quel fondaco fu il marito di Candida, che lo salutò col suo ironico sorriso e colla sua superba gentilezza.

Amedeo Filiberto, pei suoi malanni, per la sua solita febbrile concitazione del sangue, usava dormire poco sempre: quel residuo di notte che passò dopo il ritorno dal ballo, per la più trista condizione dei suoi interessi in cui trovavasi, per la curiosità e i sospetti fors'anco destatisi in lui al contegno della moglie che gli aveva dato sentore d'un mistero sotto quella mancanza dei diamanti, il conte aveva dormito anche meno del solito, val quanto dire non aveva potuto chiuder occhio. Verso le dieci, suonato pel suo cameriere, aveva voluto scendere di letto e vestirsi in abbigliamento da città.

— E la contessa? domandò al cameriere ad un punto della lunga operazione della sua teletta.

Il cameriere non capì per nulla che cosa il padrone volesse dire con quella richiesta.

— La contessa.... che cosa?

Langosco provò una specie d'irritazione nel doversi spiegare, e rispose con accento d'impazienza e di collera contro il cameriere, che non aveva avuto il talento di dirgli ciò ch'egli desiderava senza ulteriori spiegazioni.

— Ve ne domando le nuove: ha ella dormito bene, come sta?