Così dicendo, con mano esperta e sollecita, Luigi sbottonava il soprabito e il panciotto del giacente, tagliava la camicia e il corpetto di lana che questi aveva su pelle, e scopriva il buco fatto dal proiettile nella carne fra la penultima e l'ultima costola, più presso a questa che a quella.
Cominciava egli per tastare tutt'intorno alla ferita con mano delicata, poscia introduceva nel foro della medesima il suo dito indice sottile ed affusolato.
Selva teneva lo sguardo ansioso fisso negli occhi del ferito, e questi con pari ansietà stava guardando Luigi.
— Soffri? domandò Giovanni.
Francesco si sforzò a sorridere.
— No: rispos'egli: mi sono sentito come una forte puntata... Mi pare che la palla mi sia penetrata nelle viscere... La sento qui nell'inguine...
— Zitto, zitto, non parli: disse con autorità Gian-Luigi continuando la sua esplorazione; quelli non sono che effetti di consenso.
Ad un tratto Giovanni mirò la fronte di Francesco aggrottarsi e la fisionomia assumere un'espressione di amarezza, di dispetto e di disgusto. Selva levò gli occhi e vide ai piedi del giacente dritti i due padrini del marchese, e quest'esso tre o quattro passi più in là, colle braccia incrociate al petto, che guardava quello spettacolo in una mossa dove l'imbarazzo e fors'anco la pena si dissimulavano sotto un riserbo che pareva un'indifferenza.
— Signore, disse vivamente Giovanni a quello dei padrini avversarii che gli era più presso, faccia capire al marchese che il meglio da fare per lui è d'allontanarsi.
Il padrino di Ettore a questa uscita parve esitare un momento sulla risposta da darsi, ma il suo compagno, che era San Luca, s'affrettò a dir egli: