Quando a Luigi parve tempo, il trafitto, rivestito come si potè meglio de' suoi panni, fu preso a braccio da due domestici che San Luca aveva lasciati agli ordini dei padrini di Francesco, e dolcemente trasportato nella carrozza. Sedutolo nel fondo, adagiandovelo il meglio che si poteva, Giovanni e Luigi si posero innanzi a lui, e raccomandato al cocchiere di non andare che di passo per far minori i sobbalzi, la mesta comitiva s'incamminò verso la fabbrica. Prossimi ad arrivarci, Quercia trasse di tasca la boccetta d'un cordiale che aveva avuto la previdenza di arrecar seco e ne fece bere a Francesco buon numero di goccie; il ferito se ne sentì rinvigorire a meraviglia.
— In casa, diss'egli, per non ispaventare di soverchio i miei, che, poveretti! avranno già troppa passione, voglio scendere e camminare colle mie gambe. Me ne sento la forza.
— Tanto meglio: rispose Luigi. Il vigor dell'anima tien su questa benedetta macchina di corpo meglio che i fiacchi non credano. Basta volere; e voi siete capace di volere.
— Sì: disse Francesco non senza nobile compiacenza; ma intanto si sporse a guardare con immensa ansietà le costruzioni della fabbrica che già apparivano nello scuriccio della sera traverso i rami coperti di neve degli alberi.
Quando la carrozza entrò sotto l'atrio della casa della quale Bastiano, tutto commosso e colle lagrime agli occhi, aveva spalancato il portone, e si fermò innanzi al peristilio della scala, Giacomo, Teresa e Maria, pallidi, ansiosi, affannato il respiro, palpitante il cuore, stavano colà a ricevere il ferito, sollecitamente desiosi di vederlo, tremanti di paura e d'angoscia. Appena ai loro sguardi inquieti, illuminata dalla luce di candele tenute dai servi, apparve nel fondo della carrozza la faccia pallida del giovane, tre voci partirono da quei petti angosciati, tre gridi scoppiarono che dicevano una parola sola, ma tale e con tale accento di passione, da contenere tutto un immenso complesso di sentimenti e d'affetti.
— Francesco! esclamarono tre bocche; e sei braccia da tremito agitate si tesero, quasi supplicanti verso di lui.
Il giovane, alla vista di que' suoi cari, al suono di quelle voci, sentì dentro sè un rimescolio ineffabile che gli cacciò quasi a forza le lagrime agli occhi; ma volle e riuscì a superare quella emozione: rivolse ai suoi congiunti un pallido sorriso di saluto che voleva dire: «non temete, non è nulla;» e per meglio rassicurarli, vivamente voglioso eziandio d'esser più presto fra le loro braccia, spiccò le spalle dal fondo della carrozza, e fece un movimento piuttosto brusco per venir giù; ma sentì allora come una morsa di ferro entro il petto, che a trattenerlo gli serrasse di colpo e cuore e polmoni; il fiato gli mancò, il sangue cessò di scorrere, divenne pallido, pallido, mandò un gemito e chiuse gli occhi, si lasciò ricadere indietro, credendo egli medesimo in quel punto dover perdere non che momentaneamente i sensi, ma la vita.
A quella vista tre nuove esclamazioni suonarono; e di esse una, non un grido, un gemito, quasi un rantolo d'agonia, più dolorosa di tutte, quella della povera madre.
Sotto il portone erano accorsi tutti i famigli, ed alcuni degli operai, primo il capofabbrica, la voce della disgrazia di Francesco essendosi sparsa subitamente negli opifizi. Tutti costoro si precipitarono verso la carrozza con vero trasporto d'interesse e d'affetto, volendo recar soccorso al giovane che pareva svenuto; ma innanzi a tutti, facendosi largo colle sue gomita poderose, era il madornale Bastiano il quale colla sua voce stentorea esclamava con tanta emozione che pareva fosse in collera:
— Oh! il mio padroncino..... oh sor Francesco, giuraddio!... Ed e' ci ha da tornare a casa in questo stato?... Che sì che se mi casca tra le mani il birbone che ce l'ha ridotto a tal punto, lo concio io per le feste.