— Quello che a me toccava fare ho già fatto; e son sicuro dell'esito. Che gli altri compiano la loro parte come io la mia, e noi siamo a cavallo. Ho arruolato sotto le nostre bandiere la maggior parte degli operai e i più risoluti di questi opifici (e nominò alcuni dei principali, fra cui era pure quello dei Benda); domenica sera adunque, dopo avere per nostra cura ben mangiato e meglio bevuto, si raccozzeranno in varie frotte e colle grida: abbasso i padroni, aumento di salari, morte ai ricchi, invaderanno parecchie fabbriche; noi provvederemo le armi, ci s'intende, e noi li guideremo come conviene, già si sa... Le belle parole ch'Ella mi ha mostrato a dire di tirannia di chi possiede contro chi non ha, di diritto nel povero alla vita, di prepotenza ed ingiustizia della legge che lascia crepar di fame i tanti per assicurare i milioni ai pochi, e va dicendo; tutte queste belle parole hanno pure prodotto il loro effetto, ma ciò che ne ha prodotto di più è il denaro che abbiamo sparso e le promesse di denaro ed altro che abbiamo fatte... Quanto a me, bisogna che di questa sera stessa faccia una nuova distribuzione di rotondetti che l'ho promessa... Ci sono ancora alcuni, e dei caporioni più influenti, che nicchiano... Un buon pizzico di marenghini leva loro ogni scrupolo; io li conosco... Ed ecco perchè sono venuto da Lei, e mi premeva tanto vederla... Ho bisogno dei quibus.
Il medichino fissò un istante il suo interlocutore con uno sguardo che pareva volergli penetrare nell'anima; e Graffigna sostenne quella scrutatrice occhiata con uno dei più ameni sorrisi che illuminassero mai la sua faccia da faina.
— Va bene, disse poi Gian-Luigi; ti conterò i denari onde abbisogni.
Graffigna non mentiva, e quella sera medesima in una bettolaccia compagna a quella di Pelone, Tanasio, l'operaio più riottoso della fabbrica Benda, condotto al colloquio da Marcaccio, prometteva per sè e per altri parecchi di quell'officina la più vigorosa cooperazione nei preparativi prima e poi nello scoppio della rivolta, nella lotta contro i padroni, i ricchi e la legge.
Gian-Luigi frattanto, congedava Graffigna coi denari, gli ordinava recarsi da Pelone e da Baciccia ed intimar loro a suo nome non lasciassero penetrar nessuno in Cafarnao, finchè loro non mandasse egli stesso un cenno in contrario; sì vi si introducesse Graffigna per recare ad Ester quel che le occorreva da sostentarsi, e insieme, per acquietarla, la promessa ch'egli, Luigi, sarebbe andato presso di lei a parlarle, ad apprenderne i casi, fra parecchie ore, che prima eragli ciò affatto impossibile. Quindi vestitosi da visita si recò alla locanda d'Europa dov'era solito pranzare, incantando i commensali della table d'hôte colla vivacità del suo spirito, il suo brio di buona lega, e la costante allegria del suo umore. Stette colà due ore mostrando sempre la maggior libertà di mente, proprio da giovane, ricco, senza contrasti, che non ha altri pensieri pel capo fuor quello di darsi sollazzo e goder della vita. Uscito dalla locanda fece un giro sotto i portici fumando un sigaro, e poi verso le nove si recò al teatro Regio.
Andò all'usciòlo che mette sul palco scenico, ed al cerbero che stava là a contendere l'entrata di quel paradiso di virtù ballerinesche mise in mano uno scudo e disse queste parole:
— Lasciatemi passare: non mi fermo che cinque minuti.
Il cerbero trovò che una lira per ogni minuto era un pagar bene, e dimenticò senza rimorso l'obbligo del suo ufficio. Quercia corse là dove sapeva che era il camerino di Mario.
Battè in una certa guisa speciale colle nocca delle dita nell'imposta dell'uscio: questo si aprì sollecitamente, e comparve Mario.
— Ah voi finalmente! esclamò egli; vi ho aspettato tutto il giorno.