Nello scontro fra il discendente dell'antica prosapia ed il figliuolo del fabbricante arricchito, le due parti avevano visto adombrata la lotta delle loro caste, e quelli che appartenevano alla nobiltà, senza essere compiutamente in mala fede, venivano narrando le cose di guisa che tutti i torti spettavano al borghese, lieti e superbi inoltre della vittoria toccata al loro campione, mentre nel ceto medio, per compenso, si esponeva il fatto con certe tinte che accrescevano la petulanza del nobile e stabilivano il feroce di lui talento, che aveva cercato sfogo in un duello che poteva dirsi un assassinio. Un terzo partito poi comprendeva in una imparzialità di riprovazione e l'uno e l'altro dei duellanti, e sopratutto i padrini ai quali, secondo codestoro, doveva accagionarsi massimamente l'infelice esito dello scontro. I padrini, essi affermavano, avrebbero dovuto impedire lo scontro, cosa, a lor senno, facile ad ottenersi; avrebbero dovuto quanto meno farlo cessare dopo il primo colpo che non s'aveva disgrazia nessuna a lamentare. Vero è che questi Catoni, se il duello non avesse avuto luogo, o fosse terminato con una incruenta riconciliazione, sarebbero stati dei più zelanti nella schiera degl'ironici motteggiatori. Che? Il mondo è così fatto, e non saremo noi a cambiarlo.
Dei personaggi che avevano preso parte a quel dramma sanguinoso, nessuno era comparso in teatro quella sera, il marchesino e i suoi due secondi sentendo che ciò sarebbe sembrato quasi un voler comparire a far pompa d'una vittoria, che se non il loro cuore, il loro tatto di società e la delicatezza di educazione facevano avvertire rincrescevole.
Luigi Quercia, soprarrivando in mezzo a quel susurrio di ciarle nel momento in cui le erano più vive, ottenne, come suol dirsi, un successo di curiosità. Le interrogazioni, le affermazioni suggestive, le supposizioni piovvero su di lui fitte come gragnuola; egli le accolse con una serietà diplomatica che si contentò di eliminare tutta la provvista delle menzogne più o meno maligne, difendendo Francesco senza accusare nè aggravar l'avversario, affermando, senza entrare nei particolari, che ogni cosa era passata nei modi i più onorevoli e, come si usa dire, cavallereschi. La curiosità della gente non ne rimase soddisfatta; ma ciò non tolse che molti audacemente citassero, in sostegno delle invenzioni della loro fantasia, l'autorità di Quercia dal cui labbro affermavano aver udito questo e quello ch'egli non si era mai sognato di dire.
La contessa, quando Luigi era pervenuto, dopo la partenza di parecchi visitatori, a sedersele in faccia, approfittò di un momento in cui la conversazione nel palco era più animata, per curvarsi verso il giovane e dirgli in fretta e sommessamente:
— Fra un'ora sarò a casa: t'aspetterò.
Quercia levò gli occhi alle ore che si leggevano sopra il grande architrave del proscenio, vide che erano le nove e mezzo, calcolò che prima della mezzanotte, ora a cui terminava lo spettacolo, il suo colloquio con Candida sarebbe conchiuso di certo, ed egli avrebbe potuto recarsi al ritrovo concertato con Mario Tiburzio, e chinando ancor egli il capo verso la contessa, rispose in pari maniera:
— Va bene.
Dieci minuti dopo egli usciva dal palco della contessa e prima assai che l'ora fosse trascorsa egli per la scaletta privata saliva agli appartamenti di Candida, dove lo accoglieva la cameriera assai troppo, come già sappiamo, con esso lui famigliare.
Appena terminato il ballo Candida abbandonava il teatro, mentre il marito, a suo credere, doveva essere, come tutte le altre sere, a giuocare al club. Luigi stava nel salottino di lei aspettando, e non aveva per niente l'apparenza d'essere impaziente di questa aspettazione. Candida udito dalla cameriera entrando, ch'egli era già colà, venne sollecita nel salotto, senza deporre la sua mantellina, ed a lui che le camminò all'incontro le braccia tese per darle un amplesso, disse, ritraendosi alquanto e guardandolo fiso, come per leggergli nell'anima:
— Ah siete stato molto sollecito.