— T'amo, Candida, t'amo più che la vita!
Essa, lieta, palpitante, invasa da quell'ardenza, obliosa di tutto il resto del mondo, s'abbandonò un istante con profonda gioia alla dolce violenza di quelle carezze; poi si sciolse dalle braccia di lui.
— Lasciami, lasciami: diss'ella con voce soffocata: lasciami un momento... Vado a deporre questi ornamenti che mi pesano... Aspettami un minuto.
E sparì dietro la portiera dell'uscio della sua camera, scoccando colle dita un bacio al giovane che l'accompagnava con uno sguardo acceso di violento desìo.
Non istette veramente più che due minuti a ricomparire in mezzo alle cortine dell'uscio, toltisi di capo, dal collo e dalle braccia i gioielli, deposto l'abito scollacciato ed avvolto invece il bel corpo d'una veste da camera di finissima lana bianca foderata di seta rosa. Ma Luigi non lasciò che la si inoltrasse nel salotto; vistala appena, con un grido di gioia e d'amore, le volò dappresso ed abbracciatala la portò seco nel profumato, più intimo ambiente della camera vicina.
Luigi raccontò ciò che premeva a Candida di sapere intorno alla visita fatta al gioielliere, e tornò ad assicurarla che i suoi diamanti non le sarebbero mancati per quel famoso ballo di Corte: ma i loro discorsi non si rimasero soltanto a questo argomento, e furono così interessanti che più d'un'ora era passata senza che nè l'uno nè l'altra pur se ne avvedessero.
Gettato lo sguardo sull'orologio e visto che erano oramai le undici e tre quarti, Luigi pensò essere gran tempo per lui recarsi al ritrovo dato a Mario, tolse congedo, s'avviluppò nel mantello che aveva recato seco fin lì, e cogli ultimi amplessi stava per ispiccarsi dall'amante, e già aveva la mano sulla gruccia della serratura per aprir l'uscio che metteva nel salotto cui doveva necessariamente attraversare per partirsi, quando in questo salotto medesimo s'udì il passo d'un uomo e la voce del conte Amedeo, che diceva, probabilmente alla cameriera:
— È inutile annunziarmi; a quest'ora la contessa non sarà ancora addormentata, m'annunzierò io medesimo.
I due amanti si guardarono; ella esterrefatta, egli vivamente contrariato. Era la seconda volta che il marito veniva a sorprenderli in quel modo; ma se la prima essi avevano potuto affrontare la sua presenza, ed allora entrava nei calcoli di Gian-Luigi di far così, questa seconda il conte vedendo il giovane in quella camera e ad ora sì tarda, e la moglie in quell'acconciatura, con quel turbamento più che accusatore, era inevitabile uno scandalo; e Luigi questo scandalo non lo voleva a niun patto. Girò egli intorno lo sguardo, vide la nera apertura dell'uscio socchiuso che metteva nello stanzino della teletta, ed egli che l'altra volta aveva superbamente rifiutato nascondersi, fu colà d'un balzo, vi si cacciò dentro, e chiudeva appunto il battente alle sue spalle, quando dalla porta del salotto penetrava nella camera cubiculare di sua moglie il conte Amedeo Filiberto.
Marito e moglie stettero un istante in faccia senza parlare; ella si sforzava di superare la sua emozione, egli osservava con isguardo scrutatore lei e la camera. Fu il conte che ruppe primo il silenzio; si accostò alla donna con quella sua ostentata galanteria e prendendola per mano la condusse a sedere presso il camino, dicendole: