Ester, lasciata sola da suo padre, era rimasta come sbalordita per un poco, senza quasi saper nemmeno d'essere in vita. Sentiva che tutto era finito per lei, che l'odio paterno mai più non le avrebbe perdonato, che la miglior sorte da augurarsi era quella di morir presto; poi un più acuto spasimo ricresceva in mezzo al suo tormento a lacerarle con più fiero artiglio il cuore indolorito: il pensiero che Luigi era infedele, ch'egli adunque nelle sue parole, nelle sue proteste, nei suoi giuramenti l'aveva ingannata. A quest'idea il suo abbattimento era interrotto da una vicenda di violenza nel soffrire, quasi di furore. Sentiva il capo tumultuarle come se la pazzia stesse per invaderle il cervello; aveva delle fiere smanie di vendetta; poi tornava nella primiera prostrazione e si diceva per ogni riguardo irrimediabilmente perduta, non esservi per lei altro più che abbandonarsi rassegnatamente alla corrente che la travolgeva. Suo padre l'avrebbe uccisa, ella se ne sentiva la paurosa certezza. Oh almeno non fosse stata troppo lenta a venire la morte!
Ma ad un tratto il pensiero della fine divenne per lei più spaventoso d'ogni altro, le divenne insopportabile. Qualche cosa erasi mosso nel suo seno che l'ammoniva esser ella, dover essere, per un duplice vincolo, per quello sacrosanto d'un infrangibile dovere, per quello d'una novella vita d'uno spirito mandato da Dio alle prove terrene, costretta alla esistenza, obbligata a difendere e salvare in ogni modo la sua. Non volle più a niun patto morire. E poi voleva ancora una volta veder Luigi, rimproverargli il suo tradimento infame, confonderlo.. Che cosa avrebbe dettogli e fatto non sapeva bene ancora. Si levò di dove stava accasciata con nuovo vigore; si slanciò contro la porta e volle colle sue deboli mani delicate staccarne i cardini, infrangerne la serratura, strapparne colle unghie le bandelle; la percosse, la urlò, si mise a gridare: «aiuto, accorr'uomo,» si fece sanguinose le dita, si fece rauca la voce nella gola, e tutto inutilmente. Si diede a girare per quella piccola stanza come belva in gabbia, stringendosi colle mani convulse la fronte, domandando invano al suo cervello una idea.
Di botto s'arrestò innanzi alla finestra. L'idea più semplice che poteva nascerle erasele affacciata: quella di salvarsi scendendo di là. Corse alla finestra e ne aprì con impeto le invetrate. Sappiamo già ch'ella guardava in un cortile interno del ghetto diverso da quello dov'era la porta da basso. In quella notte buia, quantunque fosse poca l'altezza di quel piano, il cortile, a chi si sporgesse a guardarci, appariva profondo come un abisso. Si ritrasse spaventata a tutta prima; ma il pericolo del rimanere le sembrava ben maggiore di quello; chiamò in soccorso tutta la sua energia, prese le lenzuola del suo letto, le congiunse, legatone un capo alla tavola, le fece pendere giù della finestra, ed aggrappatavisi colle mani, si lasciò scivolar giù.
Precipitò tramortita sul suolo, dove per sua fortuna la neve caduta e l'immondizia rammontatavi smorzarono il colpo. Dopo un istante la si riebbe. Levatasi in fretta, cercò uscire di là; ma non una luce era a guidarla, e tutto era silenzioso intorno come una tomba. Ella, poco pratica di quei tragitti, passò di cortiluccio in cortiluccio senza trovare anima viva a cui domandare la strada; ed avesse ben anco trovato qualcheduno, la si sarebbe piuttosto nascosta che osare accostarlo. Girò, girò tanto che pervenne ad un portone d'uscita; ma a quell'ora esso era chiuso, ed ella non aveva il coraggio di farselo aprire, e non sapeva manco da cui. Si appiattò in un angolo, tremante di paura, di freddo, di febbre, spaventata all'idea che suo padre, rientrando in casa e non trovandocela, si desse a cercarla e la scoprisse colà; ma Jacob, che abbiamo visto uscire alle dodici dalla taverna di Pelone, quella notte non si ridusse nel ghetto, e ne sapremo più tardi il perchè.
Che dolorosa notte di morali e fisici patimenti fosse quella per la infelice ve lo lascio pensare. Giunto finalmente il mattino, che parve ritardasse un'eternità a venire, ella intirizzita, tutto dolente e intormentita, confusa la testa, vacillante il corpo, s'affrettò ad abbandonare il ghetto, e le parve una gran fortuna codesta, e quanto più potè sollecita se ne allontanò. Non aveva altro scopo dapprima che quello: andar lontano di là; ma poi tornò più vivo e più intenso il desiderio, il bisogno di recarsi presso di lui, di vedere Luigi, non fosse che per gettargli in faccia la maledizione per la sua infamia.
Dove dirigersi ella non sapeva menomamente: andò come una mosca senza capo qua e là guardando ansiosamente dintorno, come se in ogni passeggiero avesse da riconoscere lui, come se in ogni cosa che l'attorniasse avesse da scoprire un indizio a guidarla. Debole ed affranta dal digiuno, dalla tremenda passione morale, dalla dura notte passata, sentiva mancarsi le forze oramai; ogni oggetto le girava dattorno; credeva da un momento all'altro dover cadere, fors'anco morta.
— Oh prima di morire voglio ancora vederlo. si disse ridestando in sè con uno sforzo della volontà tutta l'energia che ancora le rimaneva.
Ebbe il coraggio di rivolgersi ai passeggeri e pregarli le insegnassero l'abitazione del dottor Quercia. Alcuni le ridevano in faccia, altri crollavan le spalle e tiravan dritto; i più la prendevano per pazza e peggio. Finalmente una guardia municipale n'ebbe compassione.
— Venite meco, le disse, vi condurrò al Vicariato, e colà potranno certamente indicarvi quel che cercate.
Ester seguì la guardia, e dietro loro s'avviò, come sempre suole, una frotta di monelli e di sfaccendati che scambiavano quella povera fanciulla per ben altro da ciò ch'ella era, e la venivano accompagnando di sciagurati motteggi. Ma la infelice non badava più a nulla, più non si dava pensiero di nulla; e il solo suo spavento era quello di trovare per istrada suo padre uso a girovagare per ragione del suo mestiere. Ciò non le avvenne; condotta innanzi ad un impiegato della Polizia municipale, che allora chiamavasi Vicariato, ella alle fattele interrogazioni rispose, assumendo il nome della sua fante, chiamarsi Debora V...., esser giunta da una città di provincia, non esser pratica di Torino, ed aver sommo, urgente bisogno di parlare al dottor Quercia.